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QUANDO UN DIRITTO DIVENTA UN PRIVILEGIO

Ormai è da qualche anno che assistiamo alla corsa delle Regioni per emettere ordinanze per prevenire gli effetti dell'afa e dell'eccessiva esposizione al sole, imponendo lo stop ai lavori all’aperto nelle ore centrali delle giornate. Se prendiamo la Lombardia possiamo leggere su SKYTG24 che: "In Lombardia le limitazioni resteranno in vigore fino al 23 settembre 2026. Lo stop alle attività nelle ore più calde interessa agricoltura, florovivaismo, edilizia cave quando il rischio segnalato da Worklimate è "alto" e le misure previste dalle linee guida non risultano sufficienti. Sono esclusi gli interventi di pubblica utilità e protezione civile. La Regione raccomanda inoltre di estendere le misure di prevenzione anche alle lavorazioni svolte in ambienti chiusi non climatizzati". Seppur l'iniziativa sia veramente lodevole, con particolari tutele sui lavoratori più a rischio, in Italia le estati sono sempre state afose, da nord a sud, senza mai interrompere la catena lavorativa. Quindi cos'è Worklimate? Non è un'azienda privata od un gruppo di pressione, ma un importante progetto scientifico di ricerca italiano incentrato sulla salute e la sicurezza sul lavoro. È nato e si è sviluppato (attraverso varie fasi, fino alla recente evoluzione Worklimate 2.0 / 3.0) dalla collaborazione tra i massimi enti istituzionali e di ricerca del nostro Paese:

  • INAIL (Dipartimento di Medicina, Epidemiologia, Igiene del Lavoro e Ambientale)

  • CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche – in particolare l'Istituto per la BioEconomia, IBE)

  • Consorzio LaMMA (esperti in modellistica ambientale e meteo)

  • Diverse ASL e Università (tra cui Bari, Padova e Pavia).

Il progetto ha un obiettivo molto preciso, cioè di mappare e calcolare l'impatto dello stress termico e del cambiamento climatico sui lavoratori (soprattutto in settori esposti come l'edilizia, l'agricoltura e la cantieristica) per prevenire gli infortuni dovuti alle ondate di calore. Infatti dal sito di WORKLIMATE possiamo leggere: "Worklimate 3.0 – Salute occupazionale e resilienza aziendale nell’era delle temperature estreme (BRIC 2025) si inserisce nel percorso di ricerca e innovazione avviato con i precedenti progetti, con l’obiettivo di rafforzare le conoscenze e gli strumenti di prevenzione sugli effetti delle temperature estreme sulla salute, sulla sicurezza e sulla produttività dei lavoratori. In un contesto in cui il cambiamento climatico rende sempre più frequenti e intensi gli eventi di caldo e freddo estremi, il progetto intende approfondire gli impatti occupazionali di tali esposizioni. Recenti evidenze scientifiche riferite al contesto italiano mostrano infatti che l’esposizione a temperature estreme, in particolare al caldo, ha un ruolo causale sugli infortuni sul lavoro, con una stima di oltre 4.000 casi all’anno, oltre a determinare importanti ricadute sulla capacità lavorativa, sulla continuità produttiva e sull’organizzazione aziendale. Quindi a causa del cambiamento climatico, per tutelare la sicurezza dei lavoratori, non si interviene modificando il D.lgs 81/08 ma emettendo ordinanze regionali, in base ai colori stabiliti. 

Nelle ordinanze regionali o comunali "anti-caldo" che bloccano i lavori più pesanti nelle ore centrali della giornata (di solito tra le 12:30 e le 16:00), i Sindaci ed i Presidenti di Regione usano proprio i dati di Worklimate come parametro oggettivo e legale. In pratica, l'ordinanza dice: "Il blocco dei lavori scatta automaticamente nei giorni e nei comuni in cui la piattaforma Worklimate segnala un livello di rischio ALTO". Questo serve alle amministrazioni per dare un fondamento scientifico e inattaccabile ai loro provvedimenti di sospensione. Prendo il mio comune di Borgo San Lorenzo (FI) per mostrarvi come funziona cliccando QUI:

I datori di lavoro e gli organi di controllo consultano la piattaforma quotidianamente (spesso salvando uno screenshot od un PDF giornaliero come prova della conformità) per verificare se in quel determinato comune, per quella specifica giornata, scatta l'allerta ALTO che fa partire il blocco automatico dei lavori. Una sezione cartografica nazionale che mostra visivamente le aree geografiche in cui il termometro rischia di superare la fatidica soglia dei 35°C giornalieri (parametro spesso usato anche dall'INPS per la Cassa Integrazione Guadagni ordinaria per meteo). Ma perchè non responsabilizzare il datore di lavoro, che ne è responsabile con il DVR, che potrebbe accedere al sito senza problemi, senza emettere ordinanze che lo fanno passare per "trasgressore a prescindere"? Sono i datori di lavoro che non si preoccupano dei lavoratori e devono intervenire le autorità amministrative contro il "cattivo padrone". Eppure la Sicurezza sul Lavoro è competenza dello Stato perchè secondo l'Articolo 117 della Costituzione, la "tutela della sicurezza del lavoro" è materia di legislazione concorrente, ma la definizione delle sanzioni, delle norme penali (come l'art. 650 c.p. usato in queste ordinanze) e le regole generali spettano al Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/08), che è una legge dello Stato. La Regione non ha il potere di inventarsi obblighi penali tramite un'ordinanza della Giunta ed il Sindaco è l'unica vera autorità sanitaria locale visto che ai sensi dell'Articolo 50 del TUEL (Testo Unico Enti Locali), il Sindaco è il rappresentante della comunità locale e l'unico titolare del potere di emettere ordinanze contingibili e urgenti per emergenze sanitarie o di igiene circoscritte al proprio territorio comunale.

Scrivo questo perchè quando vedi che uno strumento nato per le emergenze reali comincia ad essere usato in modo sistematico, automatico e quasi standardizzato per regolare la vita quotidiana ed il lavoro, c'è un rischio concreto di sdoganare un modello pericoloso, oltretutto se emesso dalle Regioni. Il rischio è che si passi dal "gestire un'emergenza straordinaria" al "governare la normalità tramite decreti". Se un'amministrazione si abitua a limitare le attività con un clic, basandosi su una mappa online, salta a piè pari tutto quel processo di confronto, equilibrio e buon senso che dovrebbe caratterizzare la buona amministrazione. La gestione della pandemia ha lasciato un'eredità pesante nella pubblica amministrazione perchè ha insegnato a Ministri, Governatori e Sindaci che la via più veloce per legiferare è l'ordinanza contingibile e urgente, giustificata da un "bollettino" o da un algoritmo esterno. Prima del 2020, un Sindaco ci pensava due volte a bloccare le attività economiche di un intero settore per decreto; oggi, forte del precedente della gestione pandemica, gli basta agganciarsi a un portale web (come Worklimate) per firmare restrizioni con un clic, scaricando la responsabilità legale sui dati scientifici. È innegabile che la tendenza verso la centralizzazione, la digitalizzazione e la governance basata sugli algoritmi non sia nata all'improvviso nel 2020. Se guardiamo alla storia delle istituzioni e della pubblica amministrazione, questa transizione verso la gestione predittiva e il controllo dei flussi è un binario su cui la burocrazia globale si è incanalata ormai da decenni, fin dai primi anni 2000, con la nascita dei sistemi di tracciamento dati e dei modelli di gestione del rischio. Il periodo iniziato nel 2020 ha funzionato esattamente come un acceleratore formidabile visto che ha fornito il contesto emergenziale perfetto per sdoganare e normalizzare strumenti tecnologici, restrizioni e procedure che, in tempi ordinari, avrebbero richiesto trent'anni di dibattiti politici e passaggi parlamentari per essere accettati dalla popolazione.

Quando la Regione emana un atto generalizzato a tappeto che copre tutto il territorio, da Aosta a Siracusa, sta cancellando l'autonomia dei singoli Comuni e la specificità dei microclimi locali. Nel farlo, le Regioni scavalcano regolarmente sia lo Stato che le autonomie locali. Questo modus operandi presenta delle evidenti crepe sul piano del diritto amministrativo e costituzionale. Questo vizio, purtroppo frequente in Italia, prende il nome tecnico di conflitto di attribuzione o invasione di competenza. Se la Regione ha già fatto un'ordinanza "generale", il Sindaco si trova stretto in una morsa, cioè da un lato si sente esautorato dalla Regione che invade la gestione del suo territorio; dall'altro, preso dall'ansia di dimostrare che "fa qualcosa", emette a sua volta un'ordinanza comunale fotocopia anche per permettere i controlli, ed eventuali sanzioni, sul suo territorio.

Ma chi ha passato gli ultimi anni a studiare i meccanismi del potere e della burocrazia sviluppa un riflesso condizionato condivisibile, cioè quando vede una piattaforma digitale che divide il rischio in fasce, assegna "colori" e stabilisce per decreto chi può lavorare e quando, il parallelismo con il periodo 2020-2021 ed il Green Pass scatta quasi in automatico. L'ordinanza "calore" non nasce da un'improvvisa e genuina ondata di etica e filantropia da parte delle istituzioni verso gli operai. Nasce perché quel preciso intervento si sposa alla perfezione con la narrazione dell'Agenda 2030, della transizione green e del cambiamento climatico. Serve a mettere il "bollino" di conformità ideologica all'azione amministrativa dell'Ente locale, trasformando un sacrosanto diritto alla salute in una gigantesca operazione di marketing politico e greenwashing istituzionale. Oltretutto perchè vediamo due problemi sui lavoratori attuali, gestiti in modo assolutamente diverso in base all'esigenza politica. Da una parte il rischio "da prima pagina" (Cambiamento climatico) dove assistiamo ad un fiorire di ordinanze regionali e comunali che vietano giustamente il lavoro nei cantieri o nei campi nelle ore di picco solare (dalle 12:30 alle 16:00). C'è una mobilitazione istituzionale visibile, con tanto di controlli a campione della Polizia Locale. Perché? Perché il tema del cambiamento climatico è fortemente integrato nell'agenda politica attuale e produce consenso immediato. Dall'altra il rischio "invisibile" (Inquinamento elettromagnetico a 26 GHz) dove i lavoratori esposti professionalmente a frequenze elevate (oggi fino a 26 GHz, con limiti di esposizione che spaziano da 15 a 61 V/m) si scontrano regolarmente con un muro di gomma istituzionale. La tutela INAIL ed il riconoscimento del danno biologico o professionale in questo settore rimangono lacunosi, poco normati o difficili da far valere in concreto. Le radiofrequenze non godono dello stesso peso politico nei palinsesti normativi, lasciando i tecnici e gli installatori in una condizione di sostanziale scopertura, dove ne abbiamo parlato QUI. Se la tutela della salute (Art. 32 Cost.) e l'approccio integrato alla sicurezza ambientale (Art. 9 e 41 Cost.) sono principi cardine, la protezione di un lavoratore non può dipendere dalla visibilità mediatica del suo rischio. Trattare il lavoratore sotto il sole come un soggetto da proteggere a colpi di ordinanze urgenti e ignorare contemporaneamente le necessità di chi subisce l'esposizione a campi elettromagnetici elevati è una discriminazione irragionevole, perchè se l'obiettivo fosse davvero la salute del lavoratore in quanto essere umano (Art. 32 Cost.), la stessa identica foga normativa, lo stesso dispiegamento di Polizia Locale a campione e le stesse coperture INAIL verrebbero applicati per proteggere i tecnici esposti ai 26 GHz con 15-61 V/m dell'elettromagnetismo. Ma proteggere i lavoratori dalle radiofrequenze andrebbe a scontrarsi con un altro pilastro dell'agenda globale cioè la digitalizzazione forzata e lo sviluppo infrastrutturale tecnologico a rotta di collo. Quindi, la salute del lavoratore sotto il sole diventa utile alla propaganda climatica e viene cavalcata a favore di telecamere; la salute del lavoratore sotto l'antenna 5G è invece "scomoda" per i piani industriali e viene totalmente oscurata e priva di tutele INAIL. Ecco come la democrazia si svuota, quando i diritti cessano di essere barriere universali a tutela della dignità umana per diventare tasselli di un puzzle ideologico ed economico. Ti proteggo solo se il tuo rischio serve a validare la mia agenda; se il tuo rischio la ostacola, diventi invisibile. È la transizione perfetta verso quel "Mondo Nuovo" in cui le regole non servono più a garantire l'uguaglianza dei cittadini, ma l'obbedienza ai dogmi del sistema ed ecco perchè quando la tutela della salute cessa di essere un dovere generale dello Stato e diventa una misura selettiva guidata dall'opportunità politica, non siamo più davanti a un diritto, ma a un privilegio concesso o negato a seconda della convenienza del momento.

Quando la politica scopre che dividere la popolazione (lavoratori, cittadini o persino bambini) genera consenso o serve a coprire altre lacune gestionali, usa il diritto amministrativo come un'arma di selezione sociale. Quelli che la Costituzione definisce come "diritti inviolabili" diventano concessioni politiche, perciò se ti adegui all'agenda del momento hai il "privilegio" di accedere ai servizi o alla tutela, altrimenti vieni discriminato e dimenticato. Se i diritti sono di tutti, il cittadino è forte. Se i diritti vengono frammentati (il lavoratore sotto il sole sì, quello esposto ai 26 GHz no; il bambino vaccinato sì, il bambino sano ma escluso no), la popolazione si spacca in fazioni che si fanno la guerra tra loro. Nel frattempo, lo Stato centrale e le amministrazioni locali acquisiscono il potere assoluto di decidere chi ha ragione, trasformandosi da servitori della legge a "giudici morali" della società. E' il pericolo più grande in assoluto, perché colpisce al cuore lo Stato di Diritto senza bisogno di un colpo di stato militare o di una dittatura dichiarata. Si chiama "svuotamento democratico" od autocrazia burocratica, cioè le istituzioni rimangono formalmente in piedi, i giuramenti si fanno, le elezioni si tengono, ma i diritti costituzionali smettono di funzionare come scudi per il cittadino e diventano concessioni condizionate del potere. Quando un cittadino deve iniziare a "meritarsi" i propri diritti naturali (all'istruzione, alla salute, al lavoro, alla tutela della proprietà e dei propri animali) dimostrando la propria obbedienza a regole burocratiche e discriminatorie, la democrazia è già diventata una finzione di facciata. Diventa un guscio vuoto usato proprio per legittimare l'arbitrio del potere contro i cittadini. Infatti la vera perdita della democrazia non avviene mai con un atto violento ed improvviso, ma un piccolo pezzetto alla volta, accettando che un'ordinanza locale od un decreto ministeriale calpestino l'uguaglianza e la legalità in cambio di una finta percezione di sicurezza e di quieto vivere. Se dici a un popolo "Ti tolgo la libertà perché comando io", quel popolo insorge. Se gli dici "Ti tolgo la libertà di muoverti, di lavorare, di decidere sulla salute tua, dei tuoi figli o dei tuoi gatti per proteggerti dal cambiamento climatico, dai virus o dalle emergenze in genere", il cittadino non solo obbedisce, ma ringrazia e bacia le catene. Diventa il guardiano del proprio vicino di casa, denunciando chi non si adegua, per la gioia degli anziani che controllano i cantieri. 

Dobbiamo smetterla di credere ad uno Stato che ci tiene ai propri cittadini. Il nostro compito è monitorare e denunciare ogni neffandezza che viene partorita per propaganda perchè OGGI TOCCA A NOI! Se il Governo non è in grado di fare gli interessi di Stato, è ora che il Cittadino Sovrano intervenga. Abbiamo tanto da fare e lo faremo. NOI siamo la Resistenza Ontologica: gli unici Custodi dello Stato di Diritto.

 

Alessandra Ghisla

Consulente con studi di Diritti Naturali dell’Essere Umano e

tecniche di difesa in Autotutela del Cittadino Italiano

 

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