OGGI LEVI SCRIVEREBBE: "SE QUESTO E' UN MEDICO"
Cita da Alessandra Ghisla su 15 Luglio 2026, 1:33
Questo commento viene messo proprio sotto il post che tratta la deriva totalitaria del VACCINAZISMO dove appunto si discuteva che oggi è ancora peggio di quello che fecero i nazisti, giustificati da dittatura, analfabetismo generalizzato, mancanza di Leggi, Diritti ed in tempo di guerra, perchè quando si analizza la storia del diritto sanitario, si scopre che l’idea del corpo del cittadino come "proprietà dello Stato" o come "ingranaggio della macchina pubblica" è esattamente la radice comune che lega l'igiene razziale nazista alle derive tecnocratiche moderne dell'obbligo vaccinale di massa. Bisogna chiarire che oggi il concetto di collettivismo sanitario annulla l'individuo trasformandolo in un "soldato" od in un "bene di consumo" dello Stato. Il Giuramento di Ippocrate (quello vero, tradizionale) vincola il medico a un rapporto esclusivo con il singolo paziente. Il medico deve fare il bene della persona che ha davanti, secondo scienza e coscienza, indipendentemente da considerazioni politiche, religiose o sociali. Nello Stato totalitario e collettivista, l'individuo non possiede diritti innati (i diritti naturali), ma riceve dallo Stato dei "permessi" in cambio di doveri. Il nazismo prima, e la tecnocrazia sanitaria oggi, compiono lo stesso identico ribaltamento:
- Nella dottrina nazista: Il medico non cura più Hans o Gretel; cura il Volk (il popolo inteso come corpo biologico collettivo). Se per curare il Volk è necessario sacrificare, sterilizzare od usare come cavia il singolo individuo "difettoso" o non collaborativo, lo si fa in nome della "salute pubblica".
- Nella dottrina dell'obbligo vaccinale seriale: Il sistema applica la stessa logica. Non importa se tu, come individuo, hai un profilo anamnestico a rischio o se esprimi dubbi legittimi. Tu per lo Stato sei solo un'unità statistica. Devi sottoporti al trattamento non per un beneficio tuo personale, ma per proteggere il "gregge" (la collettività). Il tuo corpo viene nazionalizzato per un presunto bene superiore. Se rifiuti il trattamento, per lo Stato non sei un cittadino che esercita un diritto naturale e costituzionalmente protetto, ma un "disertore", un elemento che sabota la prontezza biologica della nazione, un potenziale "untore" da isolare ed escludere dal consorzio sociale. Un pericolo per te e per gli altri.
Come amministratore delle mie pagine social e del sito ho il dovere civico di censurare e denunciare ogni violazione che riscontro. Ho inviato esposto formale e richiesta di avvio di procedimento disciplinare nei confronti dei questo medico sia all'ordine dove iscritto che al Presidente Filippo Anelli della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici) e vi spiego perchè non possiamo più accettare questo atteggiamento. E’ chiaro che il commento del medico in questione evidenzia un cattivo comportamento che si sta riscontrando nella classe medica che utilizza i social e che va analizzato nel dettaglio. E' da troppo tempo che leggo "Ai novax andrebbe impedito l'accesso alle cure". Va evidenziato che un medico presta le cure A PRESCINDERE dal fattore scatenante. Si viene curati anche se ubriaco o drogato si ha causato un incidente mortale. Il SSN è pagato da tutti i contribuenti anche se obesi, fumatori, delinquenti o novax e, quindi, acquisiscono il diritto di cura a prescindere dalle motivazioni della patologia. Il tentativo della medicina di introdurre una "scala di merito" nell'accesso alle cure è, di fatto, un tentativo di trasformare il sistema sanitario da un diritto universale ad un premio per comportamenti conformi. Questo è un cambio di paradigma pericoloso che, se accettato, porterebbe esattamente verso un sistema a "punti sociali" che invece va assolutamente contrastato. Un medico che opera nel SSN non agisce in base ad una propria etica privata che seleziona chi "merita" la prestazione. Il suo ruolo è tecnico e deontologico, cioè l'obbligo di cura permane anche di fronte a comportamenti che il medico stesso può ritenere discutibili o autodistruttivi (come nel caso del fumatore, dell'obeso del novax o di chiunque causi un incidente per imprudenza). Se si accettasse il principio della "colpa del paziente", si finirebbe per negare la sanità a chiunque non viva secondo uno stile di vita pre-approvato dall'autorità sanitaria, eliminando di fatto il concetto di libertà individuale. Introdurre criteri selettivi basati sul comportamento o sulle scelte del paziente significherebbe trasformare il medico in un giudice morale, in aperta antitesi con il giuramento di Ippocrate e con la natura di servizio pubblico universale finanziato dalla fiscalità generale di tutti i contribuenti, a prescindere dal loro stato di salute o dai loro stili di vita. D’altronde la preoccupazione è forte visto poi i precedenti che abbiamo vissuto con il Covid. Tutti ricordiamo l’accesso alle strutture sanitarie ed ospedaliere, condizionato ad atti medici come tamponi naso-faringei, vaccini o Green Pass oppure la drammatica scelta di chi intubare o meno, decidendo di fatto chi potesse vivere o morire in base al suo status. Padri che non hanno potuto veder nascere i figli oppure parenti che non hanno potuto assistere sul letto di malattia/morte i propri cari. Questa parentesi nerissima nel nostro Stato di Diritto deve essere assolutamente cancellata e va fatto un cambio radicale, prima davvero di finire ad una tessera fedeltà con l’acquisizione di punti sociali.
E se non fosse solo un limite caratteriale del singolo medico, ma il risultato di un modello educativo tossico che ha trasformato la professione sanitaria in una branca della gestione industriale? D’altronde non è un segreto che il concetto di "compliance" (adesione) ha subito negli ultimi decenni una metamorfosi semantica ed operativa profonda all'interno del sistema sanitario, spesso guidata dagli interessi industriali. In una medicina basata sull'autodeterminazione, si parla di Concordance (alleanza terapeutica), cioè il medico ed il paziente negoziano un percorso, rispettando i valori e le necessità dell'individuo. La Compliance, invece, implica che esiste una verità predefinita (il protocollo, la linea guida, il farmaco) e che il dovere del medico è "ottimizzare" il paziente affinché aderisca a tale verità. Gran parte della formazione continua (ECM) dei Medici di Medicina Generale è finanziata direttamente od indirettamente dall'industria farmaceutica. In questi contesti, la "compliance" viene trattata come un KPI (Key Performance Indicator):
- Gestione del "rifiuto": Nei protocolli di formazione, le sessioni su come gestire il paziente "difficile" (ovvero chi pone domande o esita) non insegnano l'ascolto, ma tecniche di "nudge" (spinta gentile) o di persuasione manipolatoria.
- Targeting: L'industria fornisce ai medici strumenti per "profilare" i pazienti, identificando quelli meno inclini ad aderire ai protocolli, con l'obiettivo di "recuperarli" alla terapia prescritta. Il paziente diventa un dato statistico che deve rientrare nelle percentuali di successo del farmaco.
Poiché il medico non ha gli strumenti (o la volontà) per gestire la complessità e l'autonomia del paziente (perché gli è stato insegnato solo a "far aderire" il paziente al farmaco), l'unica risposta possibile quando incontra resistenza è la reazione rabbiosa e la stigmatizzazione. Se il medico è stato formato a credere che il "Protocollo Scientifico" sia l'unica morale possibile, chiunque metta in dubbio il protocollo non sta solo esprimendo un'opinione, sta commettendo un sacrilegio. Se la formazione (spesso finanziata da chi produce il "prodotto" che il medico deve prescrivere) punta tutto sulla compliance cieca e sull'eliminazione del dissenso, è ovvio che il medico finisca per percepire il paziente autonomo non come una persona da curare, ma come un "bug" nel sistema da riparare o eliminare. Se il paziente non obbedisce, il mediconon si chiede "Perché?", ma conclude che il paziente sia "un criminale" o "indegno". È un lavaggio del cervello che ha distrutto la capacità di esercitare il pensiero critico e che va contro il Giuramento di Ippocrate.
Un medico che esprime simili concetti non sta solo manifestando una opinione, sta dichiarando la propria incompatibilità con il dovere di equità. In un sistema sanitario pubblico, il medico è un garante del diritto alla salute, non un giudice che decide chi è degno di assistenza. Un atteggiamento di superiorità morale può portare a due estremi pericolosi:
- Accanimento ideologico: Il medico potrebbe essere tentato di imporre trattamenti non necessari, spinto dal desiderio di "rieducare" o "punire" il paziente "no-vax", perdendo di vista il reale rapporto rischio-beneficio.
- Negligenza passiva: Il medico potrebbe, al contrario, limitarsi al minimo indispensabile, seguendo la logica del "tanto non mi ascolta", privando il paziente di quel supporto proattivo che ogni altro cittadino riceverebbe.
Il fenomeno a cui facciamo riferimento è noto in letteratura scientifica come "Implicit Bias" (pregiudizio implicito) nel contesto clinico. Diverse ricerche confermano che l'ostilità od il pregiudizio del medico influenzano direttamente la qualità delle cure e la sicurezza del paziente. Ecco alcuni riferimenti chiave che analizzano come gli atteggiamenti negativi e i pregiudizi influiscano sulle decisioni cliniche:
- Impatto sulla qualità dell'assistenza
La ricerca ha ampiamente dimostrato che il pregiudizio (sia esso basato su etnia, status sociale, o scelte comportamentali) agisce come un filtro che riduce l'empatia e la qualità delle raccomandazioni cliniche.
- "Implicit Bias in Healthcare" (Institute of Medicine / National Academies): Questo filone di studi evidenzia come il bias implicito influenzi il processo diagnostico, la comunicazione medico-paziente e la fiducia, portando spesso a trattamenti disparati e a una minore propensione del medico a offrire cure di alta qualità a pazienti percepiti negativamente.
- FitzGerald, C., & Hurst, S. (2017), "Implicit bias in healthcare professionals: a systematic review": Questa revisione sistematica ha confermato che la maggior parte degli operatori sanitari mostra pregiudizi impliciti. Lo studio conclude che questi pregiudizi hanno un impatto diretto sulla qualità dell'interazione medico-paziente e sulle decisioni di trattamento, portando a una minore fiducia e a una riduzione dell'efficacia delle cure ricevute.
- La deumanizzazione e la riduzione dello sforzo cognitivo
Esistono studi specifici su come l'etichettatura del paziente (ad esempio come "difficile", "non conforme" o "inopportuno") riduca lo sforzo cognitivo e l'attenzione del medico:
- Penner, L. A., et al. (2016), "Aversive racism and medical interactions with black patients": Sebbene focalizzato sul razzismo, questo studio è centrale per comprendere la "risposta avversiva". Quando un medico nutre sentimenti di ostilità o disagio (avversione), riduce il tempo di consultazione e la quantità di informazioni fornite, minimizzando di fatto lo sforzo dedicato al paziente.
- "The effect of physician implicit bias on patient-provider communication": Molti studi clinici mostrano che, in presenza di sentimenti negativi verso il paziente, il medico tende a usare un linguaggio più tecnico e meno rassicurante, ascolta meno il paziente (meno tempo dedicato all'ascolto attivo) e, di conseguenza, raccoglie meno informazioni cliniche cruciali, aumentando il rischio di errori diagnostici.
- Concetto di "Patient Blame" e decisioni cliniche
Il caso specifico (paziente "no-vax" o che adotta stili di vita che il medico disapprova) rientra nel concetto di "Patient Blame" (colpevolizzazione del paziente):
- S. Zaki et al. (2013) e studi correlati sulla colpevolizzazione del paziente: Quando il medico attribuisce al paziente la responsabilità della propria malattia (ad esempio: "sei malato perché non ti sei vaccinato" o "perché fumi"), la propensione del medico a offrire trattamenti intensivi od a dedicare tempo extra per la diagnosi diminuisce significativamente. Il medico, inconsciamente, "punisce" il paziente offrendo standard di cura meno solleciti, percependo lo sforzo diagnostico come un investimento inutile su un individuo considerato "colpevole".
La condotta del medico configura, a parere dello scrivente, una grave violazione dei principi fondanti della professione medica per le seguenti ragioni:
- Violazione del Giuramento e dell’Art. 3 del Codice Deontologico: Il medico ha il dovere di tutelare la salute dell'individuo senza alcuna discriminazione. Dichiarare pubblicamente che una categoria di pazienti non "merita" la cura introduce un giudizio di valore morale che annulla l'imparzialità necessaria all'esercizio della funzione pubblica.
- Rischio clinico e Implicit Bias (Pregiudizio Implicito): Un medico che ammette di nutrire disprezzo verso il paziente dichiara di fatto la propria impossibilità tecnica di operare secondo gli standard di cura richiesti, ponendo a rischio la sicurezza clinica dei pazienti.
- Violazione del Decoro Professionale (Art. 1 del Codice): L'uso di un linguaggio violento e con grave condizione di pregiudizio in uno spazio pubblico lede gravemente l'immagine della categoria e mina il rapporto di fiducia tra cittadino e SSN, che deve basarsi sulla neutralità del prestatore d'opera.
- Uso della posizione di garanzia come intimidazione: La Dott.ssa ha utilizzato la carenza di organico medico come arma di ricatto verso la cittadinanza, dimostrando un'attitudine tossica incompatibile con il ruolo di ufficiale di sanità territoriale al servizio della collettività.
Finisco poi con: "Considerato che tale condotta denota una grave lacuna nelle competenze relazionali e comunicative necessarie per il corretto esercizio della funzione di Medico di Medicina Generale, CHIEDO inoltre che, in sede di valutazione dei provvedimenti disciplinari, sia imposto alla professionista la frequenza obbligatoria di un corso certificato di comunicazione assertiva e gestione della relazione medico-paziente, in base ai suoi obblighi e doveri imposti dal diritto sanitario. L’obiettivo di tale misura è il colmamento del deficit di attitudine al dialogo costruttivo, condizione indispensabile affinché la stessa possa proseguire il proprio servizio presso la Pubblica Amministrazione senza compromettere l'integrità del rapporto di fiducia con l'intera cittadinanza. La Federazione degli Ordini potrebbe anche valutare il corso come un requisito indispensabile per l’iscrizione all’Ordine, proprio per evitare che dati atteggiamenti non siano più rilevati dai cittadini e che il rapporto tra medico e paziente diventi alla pari e sereno, migliorando senz’altro le prestazioni sanitarie previste e la fiducia sul proprio medico curante" perchè è importante dire NO ad ogni abuso e RESTARE UMANI, sempre e comunque.
Alessandra Ghisla
Consulente con studi di Diritti Naturali dell’Essere Umano e
tecniche di difesa in Autotutela del Cittadino Italiano
(Questo topic è di proprietà dell'autore che ne permette condivisione con citazione della fonte https://www.tuteladirittosoggettivo.it, supporta il nostro lavoro QUI)

Questo commento viene messo proprio sotto il post che tratta la deriva totalitaria del VACCINAZISMO dove appunto si discuteva che oggi è ancora peggio di quello che fecero i nazisti, giustificati da dittatura, analfabetismo generalizzato, mancanza di Leggi, Diritti ed in tempo di guerra, perchè quando si analizza la storia del diritto sanitario, si scopre che l’idea del corpo del cittadino come "proprietà dello Stato" o come "ingranaggio della macchina pubblica" è esattamente la radice comune che lega l'igiene razziale nazista alle derive tecnocratiche moderne dell'obbligo vaccinale di massa. Bisogna chiarire che oggi il concetto di collettivismo sanitario annulla l'individuo trasformandolo in un "soldato" od in un "bene di consumo" dello Stato. Il Giuramento di Ippocrate (quello vero, tradizionale) vincola il medico a un rapporto esclusivo con il singolo paziente. Il medico deve fare il bene della persona che ha davanti, secondo scienza e coscienza, indipendentemente da considerazioni politiche, religiose o sociali. Nello Stato totalitario e collettivista, l'individuo non possiede diritti innati (i diritti naturali), ma riceve dallo Stato dei "permessi" in cambio di doveri. Il nazismo prima, e la tecnocrazia sanitaria oggi, compiono lo stesso identico ribaltamento:
- Nella dottrina nazista: Il medico non cura più Hans o Gretel; cura il Volk (il popolo inteso come corpo biologico collettivo). Se per curare il Volk è necessario sacrificare, sterilizzare od usare come cavia il singolo individuo "difettoso" o non collaborativo, lo si fa in nome della "salute pubblica".
- Nella dottrina dell'obbligo vaccinale seriale: Il sistema applica la stessa logica. Non importa se tu, come individuo, hai un profilo anamnestico a rischio o se esprimi dubbi legittimi. Tu per lo Stato sei solo un'unità statistica. Devi sottoporti al trattamento non per un beneficio tuo personale, ma per proteggere il "gregge" (la collettività). Il tuo corpo viene nazionalizzato per un presunto bene superiore. Se rifiuti il trattamento, per lo Stato non sei un cittadino che esercita un diritto naturale e costituzionalmente protetto, ma un "disertore", un elemento che sabota la prontezza biologica della nazione, un potenziale "untore" da isolare ed escludere dal consorzio sociale. Un pericolo per te e per gli altri.
Come amministratore delle mie pagine social e del sito ho il dovere civico di censurare e denunciare ogni violazione che riscontro. Ho inviato esposto formale e richiesta di avvio di procedimento disciplinare nei confronti dei questo medico sia all'ordine dove iscritto che al Presidente Filippo Anelli della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici) e vi spiego perchè non possiamo più accettare questo atteggiamento. E’ chiaro che il commento del medico in questione evidenzia un cattivo comportamento che si sta riscontrando nella classe medica che utilizza i social e che va analizzato nel dettaglio. E' da troppo tempo che leggo "Ai novax andrebbe impedito l'accesso alle cure". Va evidenziato che un medico presta le cure A PRESCINDERE dal fattore scatenante. Si viene curati anche se ubriaco o drogato si ha causato un incidente mortale. Il SSN è pagato da tutti i contribuenti anche se obesi, fumatori, delinquenti o novax e, quindi, acquisiscono il diritto di cura a prescindere dalle motivazioni della patologia. Il tentativo della medicina di introdurre una "scala di merito" nell'accesso alle cure è, di fatto, un tentativo di trasformare il sistema sanitario da un diritto universale ad un premio per comportamenti conformi. Questo è un cambio di paradigma pericoloso che, se accettato, porterebbe esattamente verso un sistema a "punti sociali" che invece va assolutamente contrastato. Un medico che opera nel SSN non agisce in base ad una propria etica privata che seleziona chi "merita" la prestazione. Il suo ruolo è tecnico e deontologico, cioè l'obbligo di cura permane anche di fronte a comportamenti che il medico stesso può ritenere discutibili o autodistruttivi (come nel caso del fumatore, dell'obeso del novax o di chiunque causi un incidente per imprudenza). Se si accettasse il principio della "colpa del paziente", si finirebbe per negare la sanità a chiunque non viva secondo uno stile di vita pre-approvato dall'autorità sanitaria, eliminando di fatto il concetto di libertà individuale. Introdurre criteri selettivi basati sul comportamento o sulle scelte del paziente significherebbe trasformare il medico in un giudice morale, in aperta antitesi con il giuramento di Ippocrate e con la natura di servizio pubblico universale finanziato dalla fiscalità generale di tutti i contribuenti, a prescindere dal loro stato di salute o dai loro stili di vita. D’altronde la preoccupazione è forte visto poi i precedenti che abbiamo vissuto con il Covid. Tutti ricordiamo l’accesso alle strutture sanitarie ed ospedaliere, condizionato ad atti medici come tamponi naso-faringei, vaccini o Green Pass oppure la drammatica scelta di chi intubare o meno, decidendo di fatto chi potesse vivere o morire in base al suo status. Padri che non hanno potuto veder nascere i figli oppure parenti che non hanno potuto assistere sul letto di malattia/morte i propri cari. Questa parentesi nerissima nel nostro Stato di Diritto deve essere assolutamente cancellata e va fatto un cambio radicale, prima davvero di finire ad una tessera fedeltà con l’acquisizione di punti sociali.
E se non fosse solo un limite caratteriale del singolo medico, ma il risultato di un modello educativo tossico che ha trasformato la professione sanitaria in una branca della gestione industriale? D’altronde non è un segreto che il concetto di "compliance" (adesione) ha subito negli ultimi decenni una metamorfosi semantica ed operativa profonda all'interno del sistema sanitario, spesso guidata dagli interessi industriali. In una medicina basata sull'autodeterminazione, si parla di Concordance (alleanza terapeutica), cioè il medico ed il paziente negoziano un percorso, rispettando i valori e le necessità dell'individuo. La Compliance, invece, implica che esiste una verità predefinita (il protocollo, la linea guida, il farmaco) e che il dovere del medico è "ottimizzare" il paziente affinché aderisca a tale verità. Gran parte della formazione continua (ECM) dei Medici di Medicina Generale è finanziata direttamente od indirettamente dall'industria farmaceutica. In questi contesti, la "compliance" viene trattata come un KPI (Key Performance Indicator):
- Gestione del "rifiuto": Nei protocolli di formazione, le sessioni su come gestire il paziente "difficile" (ovvero chi pone domande o esita) non insegnano l'ascolto, ma tecniche di "nudge" (spinta gentile) o di persuasione manipolatoria.
- Targeting: L'industria fornisce ai medici strumenti per "profilare" i pazienti, identificando quelli meno inclini ad aderire ai protocolli, con l'obiettivo di "recuperarli" alla terapia prescritta. Il paziente diventa un dato statistico che deve rientrare nelle percentuali di successo del farmaco.
Poiché il medico non ha gli strumenti (o la volontà) per gestire la complessità e l'autonomia del paziente (perché gli è stato insegnato solo a "far aderire" il paziente al farmaco), l'unica risposta possibile quando incontra resistenza è la reazione rabbiosa e la stigmatizzazione. Se il medico è stato formato a credere che il "Protocollo Scientifico" sia l'unica morale possibile, chiunque metta in dubbio il protocollo non sta solo esprimendo un'opinione, sta commettendo un sacrilegio. Se la formazione (spesso finanziata da chi produce il "prodotto" che il medico deve prescrivere) punta tutto sulla compliance cieca e sull'eliminazione del dissenso, è ovvio che il medico finisca per percepire il paziente autonomo non come una persona da curare, ma come un "bug" nel sistema da riparare o eliminare. Se il paziente non obbedisce, il mediconon si chiede "Perché?", ma conclude che il paziente sia "un criminale" o "indegno". È un lavaggio del cervello che ha distrutto la capacità di esercitare il pensiero critico e che va contro il Giuramento di Ippocrate.
Un medico che esprime simili concetti non sta solo manifestando una opinione, sta dichiarando la propria incompatibilità con il dovere di equità. In un sistema sanitario pubblico, il medico è un garante del diritto alla salute, non un giudice che decide chi è degno di assistenza. Un atteggiamento di superiorità morale può portare a due estremi pericolosi:
- Accanimento ideologico: Il medico potrebbe essere tentato di imporre trattamenti non necessari, spinto dal desiderio di "rieducare" o "punire" il paziente "no-vax", perdendo di vista il reale rapporto rischio-beneficio.
- Negligenza passiva: Il medico potrebbe, al contrario, limitarsi al minimo indispensabile, seguendo la logica del "tanto non mi ascolta", privando il paziente di quel supporto proattivo che ogni altro cittadino riceverebbe.
Il fenomeno a cui facciamo riferimento è noto in letteratura scientifica come "Implicit Bias" (pregiudizio implicito) nel contesto clinico. Diverse ricerche confermano che l'ostilità od il pregiudizio del medico influenzano direttamente la qualità delle cure e la sicurezza del paziente. Ecco alcuni riferimenti chiave che analizzano come gli atteggiamenti negativi e i pregiudizi influiscano sulle decisioni cliniche:
- Impatto sulla qualità dell'assistenza
La ricerca ha ampiamente dimostrato che il pregiudizio (sia esso basato su etnia, status sociale, o scelte comportamentali) agisce come un filtro che riduce l'empatia e la qualità delle raccomandazioni cliniche.
- "Implicit Bias in Healthcare" (Institute of Medicine / National Academies): Questo filone di studi evidenzia come il bias implicito influenzi il processo diagnostico, la comunicazione medico-paziente e la fiducia, portando spesso a trattamenti disparati e a una minore propensione del medico a offrire cure di alta qualità a pazienti percepiti negativamente.
- FitzGerald, C., & Hurst, S. (2017), "Implicit bias in healthcare professionals: a systematic review": Questa revisione sistematica ha confermato che la maggior parte degli operatori sanitari mostra pregiudizi impliciti. Lo studio conclude che questi pregiudizi hanno un impatto diretto sulla qualità dell'interazione medico-paziente e sulle decisioni di trattamento, portando a una minore fiducia e a una riduzione dell'efficacia delle cure ricevute.
- La deumanizzazione e la riduzione dello sforzo cognitivo
Esistono studi specifici su come l'etichettatura del paziente (ad esempio come "difficile", "non conforme" o "inopportuno") riduca lo sforzo cognitivo e l'attenzione del medico:
- Penner, L. A., et al. (2016), "Aversive racism and medical interactions with black patients": Sebbene focalizzato sul razzismo, questo studio è centrale per comprendere la "risposta avversiva". Quando un medico nutre sentimenti di ostilità o disagio (avversione), riduce il tempo di consultazione e la quantità di informazioni fornite, minimizzando di fatto lo sforzo dedicato al paziente.
- "The effect of physician implicit bias on patient-provider communication": Molti studi clinici mostrano che, in presenza di sentimenti negativi verso il paziente, il medico tende a usare un linguaggio più tecnico e meno rassicurante, ascolta meno il paziente (meno tempo dedicato all'ascolto attivo) e, di conseguenza, raccoglie meno informazioni cliniche cruciali, aumentando il rischio di errori diagnostici.
- Concetto di "Patient Blame" e decisioni cliniche
Il caso specifico (paziente "no-vax" o che adotta stili di vita che il medico disapprova) rientra nel concetto di "Patient Blame" (colpevolizzazione del paziente):
- S. Zaki et al. (2013) e studi correlati sulla colpevolizzazione del paziente: Quando il medico attribuisce al paziente la responsabilità della propria malattia (ad esempio: "sei malato perché non ti sei vaccinato" o "perché fumi"), la propensione del medico a offrire trattamenti intensivi od a dedicare tempo extra per la diagnosi diminuisce significativamente. Il medico, inconsciamente, "punisce" il paziente offrendo standard di cura meno solleciti, percependo lo sforzo diagnostico come un investimento inutile su un individuo considerato "colpevole".
La condotta del medico configura, a parere dello scrivente, una grave violazione dei principi fondanti della professione medica per le seguenti ragioni:
- Violazione del Giuramento e dell’Art. 3 del Codice Deontologico: Il medico ha il dovere di tutelare la salute dell'individuo senza alcuna discriminazione. Dichiarare pubblicamente che una categoria di pazienti non "merita" la cura introduce un giudizio di valore morale che annulla l'imparzialità necessaria all'esercizio della funzione pubblica.
- Rischio clinico e Implicit Bias (Pregiudizio Implicito): Un medico che ammette di nutrire disprezzo verso il paziente dichiara di fatto la propria impossibilità tecnica di operare secondo gli standard di cura richiesti, ponendo a rischio la sicurezza clinica dei pazienti.
- Violazione del Decoro Professionale (Art. 1 del Codice): L'uso di un linguaggio violento e con grave condizione di pregiudizio in uno spazio pubblico lede gravemente l'immagine della categoria e mina il rapporto di fiducia tra cittadino e SSN, che deve basarsi sulla neutralità del prestatore d'opera.
- Uso della posizione di garanzia come intimidazione: La Dott.ssa ha utilizzato la carenza di organico medico come arma di ricatto verso la cittadinanza, dimostrando un'attitudine tossica incompatibile con il ruolo di ufficiale di sanità territoriale al servizio della collettività.
Finisco poi con: "Considerato che tale condotta denota una grave lacuna nelle competenze relazionali e comunicative necessarie per il corretto esercizio della funzione di Medico di Medicina Generale, CHIEDO inoltre che, in sede di valutazione dei provvedimenti disciplinari, sia imposto alla professionista la frequenza obbligatoria di un corso certificato di comunicazione assertiva e gestione della relazione medico-paziente, in base ai suoi obblighi e doveri imposti dal diritto sanitario. L’obiettivo di tale misura è il colmamento del deficit di attitudine al dialogo costruttivo, condizione indispensabile affinché la stessa possa proseguire il proprio servizio presso la Pubblica Amministrazione senza compromettere l'integrità del rapporto di fiducia con l'intera cittadinanza. La Federazione degli Ordini potrebbe anche valutare il corso come un requisito indispensabile per l’iscrizione all’Ordine, proprio per evitare che dati atteggiamenti non siano più rilevati dai cittadini e che il rapporto tra medico e paziente diventi alla pari e sereno, migliorando senz’altro le prestazioni sanitarie previste e la fiducia sul proprio medico curante" perchè è importante dire NO ad ogni abuso e RESTARE UMANI, sempre e comunque.
Alessandra Ghisla
Consulente con studi di Diritti Naturali dell’Essere Umano e
tecniche di difesa in Autotutela del Cittadino Italiano
(Questo topic è di proprietà dell'autore che ne permette condivisione con citazione della fonte https://www.tuteladirittosoggettivo.it, supporta il nostro lavoro QUI)
