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NON SIAMO PEDINE PER I CONFLITTI GLOBALI

Negli ultimi anni, dopo il Covid-19 a livello mondiale, stiamo tutti  vivendo delle azioni di politica internazionale importanti e sempre più ravvicinate nell'ottica della geopolitica globale. I protagonisti sono sempre gli stessi. Attorno allo stesso tavolo siedono pochi giocatori che decidono le mosse, mentre le pedine — tutte uguali, senza volto od identità — vengono spostate e sacrificate in nome della strategia. La guerra non è una tragedia ma una meccanica di gioco; il potere non sta nel distruggere tutto, ma nel mantenere il controllo del tavolo. Ciò che resta fuori campo sono le persone reali ed il costo umano delle decisioni. Chi decide non rischia mai direttamente. Invece chi subisce davvero non è presente al tavolo ma sente continuamente ripetere: inflazione "necessaria", sacrifici "inevitabili", conflitti "gestiti" mentre cerca di contenere la paura per un terzo conflitto mondiale, magari anche termonucleare. Ma se Putin (o chiunque altro) aprisse davvero una terza guerra mondiale il denaro perderebbe significato, il potere diventerebbe locale, fragile, temporaneo e la visibilità sparirebbe. Ma il potere, senza pubblico e senza sistema, non è potere. E chi oggi governa sa benissimo che vive di potere strutturato, non di sopravvivenza primitiva ed utilizza l'arma della paura sufficiente a disciplinare, non a distruggere anche i suoi profitti, gerarchie ed interessi personali. 

I conflitti internazionali che osserviamo oggi — dall’Ucraina al Medio Oriente, dalle tensioni energetiche alle guerre commerciali — non sono episodi separati. Sono nodi di un unico sistema globale, in cui politica, economia e finanza si intrecciano. Dietro la narrazione ufficiale fatta di sicurezza, valori e stabilità, esiste sempre una dimensione più concreta: controllo delle risorse, influenza sui mercati, posizionamento strategico. Le guerre moderne non si combattono solo con le armi, ma con energia, cibo, sanzioni e valute. A pagare però non sono i governi che prendono le decisioni, né i grandi gruppi economici che sanno proteggersi o scaricare i costi. Pagano le famiglie, i lavoratori, i giovani, i piccoli imprenditori. Pagano i paesi più fragili, dove l’aumento dei prezzi significa insicurezza alimentare. Pagano anche le generazioni future, che erediteranno debiti, instabilità e un sistema sempre più rigido. I profitti si privatizzano. Le perdite si socializzano. È una dinamica ormai strutturale. In questo contesto si inserisce l’ascesa dei BRICS e dei nuovi equilibri multipolari. Il mondo unipolare dominato da USA ed Europa sta lentamente lasciando spazio a una configurazione più frammentata. I BRICS non sono un blocco omogeneo, ma rappresentano una massa critica enorme in termini di popolazione, risorse ed economia reale. Questo riduce il monopolio occidentale su finanza, commercio e regole del gioco globale. Tuttavia è importante essere chiari, la fine di un monopolio non significa automaticamente più giustizia. Può significare semplicemente più attori che giocano la stessa partita, con logiche simili e obiettivi non sempre allineati agli interessi delle popolazioni. Le élite globali (con tutte le loro divisioni) non vogliono far saltare il sistema, perché il sistema è ciò che genera ricchezza, il sistema è ciò che permette controllo, il sistema è ciò che rende il potere trasferibile nel tempo ed alle linee di sangue. Quindi magari non stanno probabilmente dalla stessa parte politica o ideologica ma stanno dalla stessa parte sistemica. Infatti condividono un interesse comune cioè che il sistema continui a esistere ed è proprio per questo che tutti giocano sul limite, ma cercano di non superarlo. 

Trump non sta cercando di “salvare l’Occidente” ma sta disperatamente riducendo l’esposizione americana al suo declino. Sta cercando di impedire che l’America paghi il prezzo più alto del nuovo mondo multipolare che, essendo inevitabile, meglio arrivarci meno indebitati, meno coinvolti, meno vincolati. Trump ragiona in modo molto lineare, quasi brutale ma in difesa preventiva del potere USA. America first non è uno slogan, è una dottrina. Il liquidatore pragmatico dell’ordine occidentale a guida americana. Il suo punto non è morale né ideologico e l’interesse per la Groenlandia non è improvviso né bizzarro. E' strategico, economico e geopolitico. La Groenlandia è tra Nord America ed Europa, al centro delle nuove rotte artiche e chiave per il controllo del Nord Atlantico. Per gli USA (che già hanno una base militare lì, a Thule/Pituffik), è cruciale per difesa missilistica, sorveglianza russa e cinese e controllo dell’Artico, che sta tornando area di competizione militare. In più il cambiamento climatico sta rendendo accessibili rotte marittime più brevi tra Asia, Europa e America, zone prima inutilizzabili con potenziali riserve di petrolio e gas. Questo significa meno dipendenza da Suez e Panama, meno colli di bottiglia geopolitici ed un enorme valore commerciale. Non è ancora il centro del gioco ma sta diventando una delle prossime mosse decisive sul tavolo globale. Chi controlla l’Artico controlla il commercio del futuro e Trump lo sa. Sta cercando di salvaguardare gli interessi americani, non quelli di un partner specifico. Se l’Italia ne beneficia, è per effetto collaterale, non per obiettivo diretto. Finché l’Italia non definirà cosa vuole difendere, cosa è disposta a pagare e cosa non accetterà più, continuerà a vivere di riflesso delle strategie altrui — anche di quelle degli alleati. L’Italia oggi non è una pedina passiva… ma non è nemmeno un giocatore. Se l’Europa — e l’Italia — continueranno a muoversi senza una visione autonoma, rischiano di restare pedine, anche sotto un alleato. Chiaro che se gli USA stabilizzano rotte energetiche, tengono il controllo dell’Atlantico, riducono shock sistemici, l’Italia può trarne vantaggio. Ma attenzione che questo accade solo se l’Italia sa negoziare e difendere i propri interessi. Trump non “protegge” l’Italia. Trump usa le alleanze se convengono agli USA.

Oggi l’Italia non ha una vera strategia autonoma. Ha posizionamenti, reazioni, adattamenti. Ma una strategia richiede visione di lungo periodo, interessi chiari e capacità di dire dei “no”. E questo, al momento, manca. Si potrebbero suggerire 5 punti fondamentali.

1. Energia come sicurezza nazionale

Senza energia non esiste sovranità.

• diversificazione reale delle fonti (non solo fornitori diversi)

• ruolo dell’Italia come hub energetico mediterraneo

• investimenti strutturali su stoccaggi, rigassificatori, reti

• transizione sì, ma non ideologica e compatibile con l’industria

Chi controlla l’energia, controlla le proprie scelte politiche.

2. Mediterraneo come priorità strategica

L’Italia non è “periferia europea”: è centro geografico del Mediterraneo.

• Africa e Medio Oriente come partner, non solo come problemi

• sicurezza delle rotte marittime

• cooperazione su energia, infrastrutture, cibo

• gestione dei flussi migratori come tema geopolitico, non emergenziale

Se non governi il tuo spazio, lo governa qualcun altro.

3. Autonomia industriale e tecnologica

Non autarchia, ma resilienza.

• protezione degli asset strategici

• filiere critiche in Europa e in Italia

• difesa delle PMI ad alto valore

• tecnologia, dati, difesa come settori sensibili

Un paese che non produce ciò che conta, dipende dagli altri.

4. Politica estera meno ideologica, più pragmatica

Fedeltà agli alleati, sì. Subalternità, no.

• capacità di dialogo con più blocchi

• interesse nazionale come bussola

• no automatismi su sanzioni che danneggiano più noi che altri

• presenza attiva nei nuovi equilibri multipolari

Essere alleati non significa essere muti.

5. Protezione del potere d’acquisto e coesione sociale

Questo è il punto spesso ignorato, ma decisivo.

• salari e inflazione come tema di sicurezza nazionale

• controllo su speculazione e filiere dei prezzi

• politiche fiscali che difendano chi produce e lavora

• evitare che crisi esterne diventino fratture interne

Un paese impoverito è facilmente ricattabile.

Questa strategia non rende l’Italia una superpotenza. La renderebbe un paese rispettato e meno vulnerabile. E soprattutto smetterebbe di far pagare ai cittadini il prezzo dei giochi di potere altrui. Perchè le prime conseguenze visibili di questi conflitti non si misurano nei comunicati diplomatici, ma si riflettono nei conti delle famiglie italiane. Il gas aumenta, e con esso aumentano i trasporti, la produzione, le bollette. Il cibo aumenta, non perché improvvisamente manchi, ma perché produrlo e distribuirlo costa di più — e perché la speculazione fa il resto. Molti rincari vengono presentati come inevitabili, quasi naturali. In realtà, una parte significativa di questi aumenti è il risultato di scelte politiche ed economiche precise, spesso giustificate come “tecniche” per sottrarle al dibattito pubblico. Negli ultimi anni e ancora nel 2025 i dati ufficiali mostrano aumenti significativi che colpiscono direttamente il portafoglio delle persone:

📈 Inflazione generale: L’inflazione in Italia nel 2025 è stata intorno all’1,5% su base annua, in accelerazione rispetto al 2024. 

🍞 Spesa quotidiana (il “carrello della spesa”): Dal 2021 al 2025 i prezzi di beni alimentari, prodotti per la casa e cura personale sono aumentati di circa il 24%, molto più dell’inflazione generale. Questo aumento ha spinto l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ad aprire un’indagine sui prezzi della grande distribuzione, dato lo squilibrio tra aumenti sugli scaffali e difficoltà dei produttori agricoli

⚡ Energia: I prezzi dell’energia, incluse luce e gas, sono schizzati del 34% nello stesso periodo 2021-2025. 

💶 Impatto sulle famiglie: Secondo alcune stime, l’aumento dei prezzi nel 2025 può tradursi in circa 496–685 euro in più all’anno per una famiglia media rispetto all’anno precedente. Si parla di 1.900 euro in più all'anno a confronto con il 2019. 

Questi numeri non sono semplici statistiche: sono spese in più sulla tavola, bollette più care, scelte difficili ogni mese. Rappresentano anche un fenomeno più generale perchè il prezzo del cibo aumenta più della media, colpendo chi già fatica ad arrivare a fine mese; l’energia, trasformata spesso in strumento geopolitico (sanzioni, controllo delle rotte), pesa tanto quanto la spesa quotidiana; mentre i prezzi salgono, i salari spesso no, erodendo il potere d’acquisto. Questo è il legame tra i grandi conflitti globali — e le grandi decisioni economiche — e la vita concreta di milioni di cittadini qui in Italia. E noi come possiamo contestare tutto ciò?

"Non posso decidere al posto di chi ha potere, ma posso decidere che tipo di persona diventare sotto quel potere" e da qui si parte.

1. Non dare peso alle notizie ≠ ignorare

Perché non dare peso alle notizie è un atto di lucidità, non di indifferenza. Perchè viviamo immersi in un flusso continuo di notizie che si presentano come urgenti, decisive, inevitabili. Ogni giorno una crisi, ogni settimana un’emergenza, ogni mese una nuova minaccia. Il messaggio implicito è sempre lo stesso: devi reagire subito. Eppure, proprio qui sta l’inganno. Non tutto ciò che è presentato come urgente lo è davvero. Non tutto ciò che genera paura merita la nostra attenzione. E soprattutto non tutto ciò che accade richiede una reazione emotiva. Diventare osservatori distaccati significa scegliere quando informarsi, come farlo e con quale distanza. È un atto di igiene mentale, prima ancora che politica.

2. Non alimentare la paura è una scelta attiva

La paura non è solo un’emozione individuale. È una leva politica potentissima. Una popolazione spaventata accetta restrizioni che altrimenti discuterebbe, rinuncia alla complessità in cambio di soluzioni semplici, cerca protezione invece di verità. In questo senso, alimentare la paura — anche inconsapevolmente — significa collaborare con ciò che ci indebolisce. Condividere notizie senza verificarle, reagire d’istinto, vivere in uno stato di allarme permanente non ci rende più informati, ci rende più governabili. Restare lucidi vuol dire "Non prestare la mia energia emotiva a chi la usa per governarmi".

3. Scegliere dove mettere l’attenzione è un atto politico

L’attenzione è limitata. Chi la controlla, ti muove. Dare meno peso alle notizie vuol dire più attenzione alle persone reali, più tempo per capire, meno per reagire, meno rumore, più criterio. È un rifiuto silenzioso della manipolazione.

4. Restare Umani, sempre e comunque

Il popolo non è al centro del sistema. È la variabile di costo. Serve per produrre, serve per consumare, serve per legittimare (voti, consenso) ma raramente per decidere. Finché tutto regge, il popolo è “gestibile”. Quando qualcosa si rompe, diventa il prezzo da pagare e dietro quelle pedine invece c'è sempre un volto. Ci sono esseri umani che hanno una famiglia, un legame, una connessione. Ci siamo io e te e tutti quelli che conosciamo. Ma attenzione: il popolo non è irrilevante. Qui c’è il punto che spesso viene dimenticato. Il popolo paga quindi sostiene il sistema, consuma quindi lo alimenta, si ferma ed il sistema si blocca. Il mondo gira su soldi e potere ma senza il popolo, non gira affatto. Il potere lo sa ed è per questo che lavora più sul controllo che sulla repressione ed il sistema non crollerà perché è ingiusto. Crollerà solo se smette di funzionare. Ed a farlo funzionare sono le persone comuni. Quindi restare umani, calmi e lucidi oggi non è disimpegno. È un rifiuto consapevole di diventare carburante emotivo. In un’epoca che trae forza dalla paura, la calma è un atto sovversivo. E forse il più necessario. È una scelta consapevole di non farsi trascinare in una partita decisa da altri. Non possiamo controllare le mosse dei potenti, ma possiamo decidere se accettare il ruolo che ci assegnano: quello di spettatori spaventati o di pedine sacrificabili. Rifiutare la paura come linguaggio, difendere la lucidità, preservare la propria interiorità è già un atto politico. Silenzioso, ma non neutrale. Perché chi resta lucido non è facilmente manovrabile. È da qui che nasce una presa di posizione semplice e radicale:

#nonsiamopedine

Non per illuderci di comandare la partita, ma per ricordare — a noi stessi prima di tutto — che non siamo obbligati a giocarla come vogliono loro.

Alessandra Ghisla 

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Giampietro Mondin