IL BOLLETTINO DEI MORTI: ANALISI DEL PROFITTO
Cita da Alessandra Ghisla su 10 Agosto 2026, 10:38
I bollettini del terrore
Tutti noi ricordiamo i BOLLETTINI DEL TERRORE DEI MORTI COVID-19 dal 23/02/2020. Alle ore 18, l'ex-Presidente del Consiglio dei Ministri comunicava il numero giornaliero dei morti Covid-19 da parte della Protezione Civile e dal Ministero della Salute. Infatti la più grande polemica urlata dal mondo del dissenso era che durante l'emergenza le cifre venivano sommate in modo indistinto, senza separare i deceduti con Covid (persone con gravi patologie pregresse che contraevano il virus) da quelli deceduti per Covid (patologia primaria). In più vanno analizzati altri passaggi più opachi e metodologicamente forzati di tutta la gestione pandemica, cioè l'azzeramento statistico delle altre patologie (in primis l'influenza), la natura tecnica degli strumenti di rilevazione ed i protocolli sui pazienti.
La sparizione dell'influenza stagionale
Durante il biennio 2020-2021, sui bollettini ufficiali l'influenza stagionale è praticamente svanita dai radar, registrando numeri vicini allo zero statistico (eppure le sue complicanze causavano mediamente tra i 6.000 e gli 8.000 decessi all'anno, con punte anche superiori durante le stagioni più aggressive, concentrate soprattutto tra gli anziani e i soggetti fragili). Non perché il virus fosse magicamente scomparso per via delle mascherine o dei lockdown (visto che circolavano comunque altri patogeni), ma per un evidente effetto di riclassificazione diagnostica. Di conseguenza, l'intero carico di mortalità che storicamente apparteneva all'influenza ed alle infezioni respiratorie tradizionali è stato assorbito e contabilizzato all'interno della categoria "morti per Covid", ampliandone artificialmente la portata e la percezione di minaccia unica e assoluta.
L'accusa ai protocolli sanitari
Toccare i protocolli della "vigile attesa" domiciliare e della gestione intensiva ospedaliera significa entrare nel cuore di ciò che molti familiari e medici di trincea hanno vissuto come un vero e proprio tradimento del giuramento di Ippocrate. Quando il malato domiciliare arrivava in ospedale in condizioni critiche (Protocollo Tachipirina e vigile attesa senza nessuna visita del medico), trovava spesso un protocollo d'urgenza altrettanto rigido e spietato, su cui pesano oggi inchieste, esposti e denunce di associazioni di familiari. L'ombra più cupa riguarda l'uso massiccio di sedativi profondi e farmaci come il Midazolam nei reparti o nelle residenze per anziani (RSA) durante i momenti di saturazione estrema dei posti letto. Spesso giustificato come "terapia palliativa" per sedare l'angoscia e la fame d'aria dei pazienti terminali o non più trattabili, e non solo purtroppo, per molte famiglie si è trasformato nel dubbio lacerante (e in alcuni casi in esposti giudiziari) che quel protocollo potrebbe aver agito non per curare, ma per accelerare l'esito infausto, svuotando i reparti e riducendo la pressione sui posti letto. Se poi teniamo conto che, in condizioni ordinarie (fuori dai contesti epidemici straordinari o da protocolli di emergenza specifici), la mortalità globale nei reparti di Terapia Intensiva per i pazienti che necessitano di ventilazione meccanica invasiva (intubazione) si attesta storicamente tra il 30% e il 50%. Se consideriamo nello specifico l'ARDS (la Sindrome da Distress Respiratorio Acuto, cioè la grave insufficienza polmonare che richiede la ventilazione), la mortalità clinica "standard" si aggira mediamente intorno al 35%-45%. Il motivo per cui durante il Covid la mortalità in terapia intensiva ha toccato o superato in molti reparti il 50-60% non era dovuto solo alla "novità" del virus in sé, ma probabilmente al concorso di più fattori critici: l'età molto avanzata dei soggetti colpiti, la saturazione drammatica degli ospedali (con reparti improvvisati e personale sovraccarico) e, in una prima fase, l'adozione di protocolli di intubazione forse troppo aggressivi od anticipati rispetto alla reale risposta biomeccanica dei polmoni dei pazienti.
La positività dei tamponi
Per ultima la questione dei foglietti illustrativi (i cosiddetti bugiardini) dei test — siano essi molecolari (PCR) spinti a cicli di amplificazione elevatissimi o tamponi antigenici rapidi — evidenzia un'altra forzatura fondamentale. Nei manuali tecnici e nelle specifiche dei produttori, i test venivano spesso indicati come strumenti di supporto alla diagnosi clinica, concepiti per rilevare la presenza di frammenti di antigeni o materiale genetico, ma non per certificare da soli la causa clinica della morte o la malattia attiva in assenza di una rigorosa correlazione con i sintomi, ulteriori esami ed il quadro clinico complessivo (correlazione anamnestica). Bastava un tampone positivo (spesso eseguito su pazienti ricoverati per infarti, traumi, patologie oncologiche terminali o scompensi cardiaci) per etichettare quel decesso come "morto di Covid", con tutto ciò per alimentare quella narrazione d'emergenza indispensabile per giustificare le eccezionalità normative e la successiva corsa alla vaccinazione come unica via di salvezza.
La distorsione dei morti Covid
La convergenza di questi fattori ha generato una rappresentazione statistica distorta della realtà, infatti la mente umana, di fronte al dramma della morte ripetuto ossessivamente, spegne la razionalità e si affida alla "protezione" offerta da chi quel bollettino lo trasmette. I bollettini quotidiani della paura non servono alla scienza ma servono al controllo sociale. Hanno giocato sulla paura primordiale della morte per azzerare la capacità di giudizio, esattamente come un truffatore professionista che conquista la fiducia della vittima isolandola dalla realtà dei fatti. Infatti se analizziamo con lucidità gli anni che ci separano dal biennio pandemico fino ad oggi, ci accorgiamo che la gestione dell'emergenza sanitaria non è stata una risposta estemporanea ad una crisi biologica, ma un vero e proprio laboratorio di ingegneria sociale ed economica. Attraverso l'uso sapiente della paura, la frammentazione del tessuto sociale, la distruzione del rapporto di fiducia tra cittadino e istituzioni e, non ultimo, lo strappo giuridico sull'inviolabilità del patrimonio genetico umano, è stato ridisegnato il perimetro stesso della nostra democrazia. Il risultato? La trasformazione silenziosa della salute da diritto costituzionale inalienabile a tributo privato obbligatorio e merce di consumo per una filiera industriale intoccabile.
La specularità dei morti da vaccino
Riconoscere questa tecnica di manipolazione è il primo passo per spezzare l'incantesimo e pretendere, al posto della propaganda emotiva, la trasparenza e la verità dei dati. La regia dell'informazione sceglie cosa farci temere e cosa farci ignorare. Smascherare questi meccanismi significa proprio rifiutare di farsi dettare l'agenda delle priorità emotive e razionali da chi usa la comunicazione come strumento di controllo, proprio perchè questa dinamica sta succedendo identica anche nel mondo dell'opposizione con I BOLLETTINI GIORNALIERI DEI MORTI (DA VACCINO). L'analisi dei bollettini di mortalità — sia quelli sanitari d'emergenza che quelli generali diffusi periodicamente dai media os anche dai canali di "disinformazione" — si inserisce perfettamente nelle dinamiche della manipolazione di massa e della cosiddetta "truffa della fiducia" (confidence trick). Quando colleghiamo queste tecniche di comunicazione alla gestione dell'informazione (come nel caso del dibattito sulle trasfusioni di sangue), emerge chiaramente come i numeri non vengano quasi mai usati per informare, ma per indurre in errore, orientare le percezioni e pilotare il comportamento collettivo. Manipolare i bollettini serve infatti a creare una realtà sintetica in cui il cittadino non ha più gli strumenti per verificare i fatti in autonomia.
I numeri reali ed oggettivi
E' doveroso partire proprio da alcuni fatti oggettivi inopinabili. Già nel 2012 (foto in alto) la Morte cardiaca improvvisa (Mci) colpiva ogni anno in Italia più di 1000 giovani con età inferiore ai 35 anni, anche sportivi (1000 giovani:365=circa 3 al giorno). In Italia si registrano storicamente circa 600.000-700.000 decessi all'anno per tutte le cause (malattie cardiovascolari, tumori, età avanzata, Mci ecc.). Se ogni singolo decesso fosse stato trattato mediaticamente come "la notizia del giorno" con il bollettino continuo, l'ansia ed il terrore costante a cui siamo stati sottoposti durante l'emergenza pandemica sarebbero stati la normalità permanente di ogni minuto della nostra vita (700.000:365=circa 2000 al giorno). A questo va unito un altro dato statistico: al 18 aprile 2022 49.823.794 di persone (84,08% della popolazione totale) hanno completato la vaccinazione anti COVID-19 (due dosi), mentre 39.165.776 di persone (66,09% della popolazione totale) hanno ricevuto anche la terza dose ma, per un cinquantenne od un lavoratore, non fare la terza dose significava vedersi sospendere lo stipendio, perdere la capacità di sostentare la propria famiglia o subire pesanti sanzioni pecuniarie. La scelta era tra l'obbedienza al protocollo e la morte civile ed economica. Il dato più rivelatore, tuttavia, sta nell'altra faccia di quel numero, cioè nonostante l'obbligo di legge stretto e l'apparato sanzionatorio per gli Over 50, quasi un terzo della popolazione (e percentuali ancora più consistenti nelle fasce d'età non soggette a obbligo) ha scelto di fermarsi. Quel calo netto tra la prima/seconda dose (pompata dal Green Pass base) e la terza dose (richiedente il pass rafforzato e l'obbligo over 50) dimostra che, esaurita la prima ondata di pressione terroristica e di vincoli generalizzati, una fetta enorme di italiani ha smesso di sottostare ai richiami periodici, sfidando di fatto la paura di morire, l'imposizione statale od accettando di pagare il prezzo dell'isolamento. Ma il dato più eclatante sono state le sole 6.731.900 di persone (11.41% della popolazione totale) che hanno proceduto anche con la quarta dose. Cioè senza più "emergenza ed obbligo". L'11,41% rappresenta lo zoccolo duro dei "credenti" o dei rigorosi a tutti i costi, quelli che davvero credono nella scienza e nei vaccini. Questo vuol dire che oltre 43 milioni di italiani hanno di fatto interrotto la progressione dei richiami lungo la scala dei cicli successivi, confermando l'enorme voragine apertasi tra l'adesione iniziale (estorta o forzata dai vincoli normativi) e la partecipazione spontanea alle somministrazioni successive, perchè se hai paura del Covid ed il Governo ti dice che servono richiami annuali, tu li fai. Se non li fai è perchè quelli prima non sono stati una tua decisione volontaria e consapevole.
La manipolazione emotiva dei vaccinati
L'analisi dei flussi informativi relativi ai decessi — da un lato quelli ufficiali legati al Covid-19 durante la pandemia, dall'altro quelli rivendicati o denunciati dalla contro-informazione come "morti da vaccino" — rivela un uso simmetrico e speculare della manipolazione emotiva. Entrambi i fronti, seppur con obiettivi istituzionali e commerciali opposti, hanno fatto leva sulla stessa leva psicologica cioè la decontestualizzazione del numero per piegarlo ad un disegno politico od economico. Anche sui "morti da vaccino" il nesso di causalità è dato per scontato. Ogni singolo malore improvviso, arresto cardiaco o decesso anomalo (spesso amplificato dalla cronaca locale o dai social) viene immediatamente ed aprioristicamente etichettato come "effetto del vaccino", senza attendere autopsie, riscontri clinici o analisi della farmacovigilanza. Esattamente come la paura istituzionale faceva girare la macchina del consenso e dei profitti farmaceutici, il "mercato del sospetto" ha alimentato un immenso indotto economico parallelo, basato sulla rabbia e sulla ricerca di risposte fuori dal coro. Adottare poi lo stesso identico metodo speculativo che si contesta alla controparte (i bollettini allarmistici e decontestualizzati del biennio pandemico) fa perdere credibilità ed autorevolezza a qualsiasi analisi seria basata sui dati ufficiali, sulla farmacovigilanza seria e sulla trasparenza dei contratti pubblici, tramite il capolavoro politico e comunicativo della tecnocrazia moderna, cioè la neutralizzazione preventiva del dissenso attraverso la sua caricatura.
La conta dei morti
Quando la critica si sposta sul terreno della "conta dei morti" e delle correlazioni automatiche incontrollate, si offre su un piatto d'argento la sponda ideale a chi detiene il potere. Quel tipo di comunicazione non scalfisce minimamente la narrazione dominante, al contrario, la rafforza, fornendo l'etichetta perfetta per delegittimare l'intero fronte critico. Anche quando la fazione si sostituisce alla ragione, la tragedia umana smette di essere un lutto e diventa uno strumento di convalida ideologica. È il meccanismo perverso del confirmation bias portato alle estreme conseguenze e che non ci fa brillare come esseri svegli, intelligenti ed empatici. Ogni malore improvviso o decesso inatteso non viene accolto con il rispetto dovuto ad una vita spezzata, ma viene immediatamente scannerizzato e brandito come il trofeo che "dimostra" di aver avuto ragione dall'inizio. Si arriva al paradosso in cui la morte altrui viene quasi "desiderata" od accolta con compiacimento sottile, perché serve ad alimentare la propria narrazione "Avevamo ragione noi e voi no!" ed a sentirsi parte di un'élite di "consapevoli" contro il resto del mondo addormentato "Ve lo dicevamo che vogliono sterminarci tutti!". Da un lato, la tecnocrazia sanitaria ha usato la paura di massa per imporre agende economiche e industriali; dall'altro, una fetta della galassia antagonista ha fatto esattamente la stessa cosa alla rovescia, trasformando il dolore in carburante per la propria tifoseria. Quando la morte di un essere umano diventa nient'altro che un post da pubblicare per avere ragione sui social, hanno vinto tutti i cinici, da una parte e dall'altra. In più indossare i panni del "sopravvissuto consapevole" regala un appagamento narcisistico potentissimo. Sentirsi parte di un club ristretto di eletti che hanno "schivato il complotto dello sterminio di massa" offre un senso di onnipotenza e di sicurezza illusoria in un mondo percepito come ostile e minaccioso. In questa logica distorta, la morte del vaccinato non è una tragedia umana, ma la "prova provata" della propria superiorità intellettuale e biologica: "Io ho resistito, tu no, quindi io sono più forte/intelligente". L'atteggiamento di superiorità morale e di scherno nei confronti di chi si è vaccinato — liquidato sbrigativamente come "pecora", "coglione" o "cavia inconsapevole" — risponde ad una precisa dinamica psicologica di compensazione, cioè il bisogno di rivalsa dopo l'umiliazione sociale subita durante il Covid. È la brama di una rivincita esistenziale, il bisogno disperato di ribaltare i ruoli della vittima e del carceriere.
Il dividi et impera
D'altra parte quei 43 milioni di italiani — la stragrande maggioranza del Paese reale, che ha magari ottemperato al ciclo primario perché costretta dal ricatto del Green Pass, ma che ha poi scelto lucidamente di fermarsi, di non correre dietro ai richiami periodici e di riprendersi la propria vita — non scenderanno mai in piazza, non alzeranno mai barricate digitali e non si riconosceranno mai in una "resistenza" che si riduce a macchietta, a folklore urlato od a cinica esultanza per le disgrazie altrui, senza la benchè minima credibilità e manipolata dai propri guru, i gatekeepers del mondo del dissenso che fanno loro ripetere a pappagallo qualsiasi cosa, anche la più assurda od insensata. In più il potere non teme le fazioni estreme che urlano al complotto surreale, perché sa benissimo che quelle stesse voci servono da spauracchio per isolare il cittadino comune, spingendolo a rifugiarsi nella protezione delle istituzioni e a liquidare come "pericoloso" qualsiasi dubbio legittimo. Il sistema ottiene così il risultato definitivo, le due fazioni restano inchiodate nei rispettivi recinti ideologici, guardandosi con disprezzo uno con l'altro, incapaci di parlarsi, consumate dall'odio reciproco e completamente distratte dai veri problemi strutturali, che andremo ad elencare, e che continuano a colpire tutti, vaccinati e non, senza distinzioni. Se iniziamo a considerare la "conta dei morti" come un asset (un bene immateriale che genera valore), ci accorgiamo che la morte — o meglio, la paura costante della morte — è il motore di un'economia trasversale e spietata che arricchisce attori apparentemente opposti ma che sono tutti avvoltoi che banchettano sulla stessa carcassa.
La speculazione sulla paura
Il Clickbait dei Media: L'ansia è la materia prima del capitalismo digitale. La morte attira attenzione morbosa (il cosiddetto morbid curiosity), e nel giornalismo digitale basato sulle visualizzazioni e sui banner pubblicitari, il dolore vende. Pubblicare la cronaca luttuosa di ogni piccolo comune d'Italia serve a generare traffico compulsivo, cioè le persone cliccano, condividono, commentano con condoglianze di circostanza, alimentando l'algoritmo delle piattaforme. La vita e la morte delle persone vengono così ridotte a semplice merce di scambio per fare click e raccogliere visualizzazioni pubblicitarie. È l'ennesima dimostrazione di come l'informazione, anche la contro-informazione, non racconti più la realtà ma costruisca un clima psicologico mirato, dove la morte non è più un evento naturale da elaborare, ma un flusso continuo e monetizzabile sbattuto costantemente in faccia al cittadino. In più questo flusso ininterrotto di piccoli e grandi necrologi quotidiani serve a mantenere la popolazione in uno stato di vulnerabilità emotiva perenne. Una comunità triste, spaventata e cronicamente immersa nel lutto e nella percezione della fragilità è una comunità molto più docile, più facilmente controllabile e molto più disposta ad accettare qualsiasi misura di protezione o di spesa pur di allontanare lo spettro della fine.
La Monetizzazione dello "Stato di Terrore": Anche nella contro-informazione più radicale, la tragedia viene spesso capitalizzata per aumentare i followers, fidelizzare pubblico, fare scambio di voti od acquisire visibilità, vendere consulenze e libri, fare conferenze o raccogliere donazioni, polarizzando ulteriormente la società in echo chambers impermeabili alla realtà. Parallelamente alla "medicina convenzionale", la paura dei presunti o reali effetti avversi ha scatenato un mercato miliardario di sanità alternativa con integratori, protocolli "detox" e medicine non convenzionali venduti a caro prezzo a chi cerca di ripulire il proprio corpo. Mentre il 15% di cittadini che non hanno fatto il vaccino, i famosi novax, si fanno terrorizzare dal "sangue di vaccinato con spike e grafene", alimentando un mercato parallelo miliardario di integratori "miracolosi", protocolli di "pulizia del sangue", esami diagnostici privati non necessari e terapie alternative non validate, l'85% di chi ha fatto od ha accettato il vaccino si fa terrorizzare dalla paura di morire da un momento all'altro, alimentando la domanda di check-up cardiologici continui, visite specialistiche di controllo, protocolli di monitoraggio preventivo e cure "salvavita e anche discutibili" tra medicina pubblica e privata, creando così il 100% di possibili nuovi pazienti. Quando la paura diventa il prodotto di scambio dominante, la salute smette di essere un diritto da tutelare e diventa un mercato da sfruttare, indipendentemente dalla casacca o dalla fazione ideologica a cui si appartiene. L'ansia generata dai bollettini spinge centinaia di migliaia di persone a richiedere esami diagnostici (D-dimero, troponina, ecocardiogrammi, risonanze) senza una reale indicazione clinica, ma solo per "stare tranquilli". Il risultato di questa polarizzazione totale è che non esiste più un cittadino libero dalla paura. L'intera popolazione è stata frammentata, divisa in tribù contrapposte ma accomunate dallo stesso identico stato di vulnerabilità psicologica. Ed in un mercato dove tutti hanno paura, il profitto è garantito per chiunque venda una promessa di salvezza, che si tratti di una dose di richiamo vaccinale o di un integratore "detox" miracoloso, cioè la stessa identica cosa.
Il Sacrificio del Pubblico e l'Avanzata della Sanità Privata: La gestione autoritaria della pandemia e la polarizzazione feroce hanno distrutto quel capitale di fiducia viscerale che storicamente legava il cittadino al medico ed alle istituzioni sanitarie. Non siamo di fronte ad una semplice privatizzazione per decreto, quanto ad una raffinata operazione di ingegneria del consenso alla spesa privata. Il meccanismo si regge su passaggi ben precisi ed il capolavoro della gestione degli ultimi anni è stato proprio questo, convincere i cittadini che la sanità pubblica è inefficiente per natura, lenta e pericolosa, e che l'unica alternativa sicura, rapida e dignitosa sia rivolgersi al mercato privato o alle assicurazioni sanitarie integrative. La sanità pubblica italiana non viene distrutta con un taglio netto o con la sua cancellazione formale, ma viene svuotata dall'interno attraverso la fabbricazione metodica della sua inaffidabilità. Non serve chiudere gli ospedali pubblici ma basta far percepire l'attesa come un rischio mortale per la propria salute. A quel punto, il cittadino — spinto dal terrore e dall'ansia che la pandemia ha amplificato a dismisura — decide spontaneamente di "togliere i soldi di tasca propria", pur di saltare la fila e fare quell'ecografia o quella visita specialistica in una clinica privata convenzionata o diretta. La sanità pubblica resta formalmente lì — con i suoi bilanci e i suoi edifici — ma viene ridotta a un guscio vuoto, un ammortizzatore sociale di ultima istanza buono solo per chi non può permettersi altro, mentre la vera salute diventa un bene di lusso comprato sul mercato. E la frattura sociale, così, si autoalimenta per sempre.
Il banchetto per le PMI farmaceutiche e dei dispositivi medici: La trasformazione della sanità pubblica in un guscio vuoto e la parallela esplosione della spesa out-of-pocket (quella che i cittadini pagano direttamente di tasca propria nel settore privato) rappresentano il Bengodi per le medie e grandi imprese del comparto farmaceutico, della diagnostica avanzata e della tecnologia medicale. Non si tratta più soltanto di una transizione sanitaria, ma di un vero e proprio cambiamento di paradigma economico e industriale. Per anni, l'industria farmaceutica e dei dispositivi medici ha dovuto fare i conti con i vincoli di bilancio dello Stato, i tetti di spesa pubblica, le gare al ribasso e le trattative estenuanti con le agenzie pubbliche (come l'AIFA in Italia) sui prezzi dei farmaci innovativi o dei dispositivi salvavita. Al contrario, la privatizzazione diffusa e la frammentazione della domanda polverizzano questo potere, perchè se a comprare la salute non è più lo Stato centrale per 59 milioni di persone, ma il singolo cittadino od i fondi sanitari integrativi, i margini di guadagno si impennano ed i prezzi non trovano più alcun freno calmierante pubblico. In questo scenario si inserisce perfettamente la spinta verso i fondi sanitari integrativi e le assicurazioni private, spesso sbandierate come la "modernizzazione" del welfare. In realtà, sono lo strumento finanziario con cui si normalizza il passaggio definitivo, cioè le aziende scaricano parte del welfare aziendale sulle polizze private, i cittadini accettano di farsi assicurare per non morire nelle liste d'attesa e l'industria medicale si garantisce flussi di ricavi stabili e garantiti da contratti assicurativi di massa. Per capirci non vogliono privatizzare la sanità, siamo noi personalmente a farlo.
La tassa occulta sulla sopravvivenza: Quando lo Stato abdica al suo dovere costituzionale di garantire la salute ed i diritti fondamentali, la spesa sanitaria non diventa più un servizio coperto dalla fiscalità generale, ma un tributo privato obbligatorio che le famiglie devono pagare di tasca propria se vogliono curarsi, diagnosticare un problema in tempi utili o semplicemente difendersi. Chi ha disponibilità economiche paga il privato, salta le liste d'attesa manipolate, si affida a cliniche e protocolli alternativi e compra la propria tranquillità. Chi non ce la fa — le famiglie già strozzate dall'inflazione, dal costo dell'energia e dalla precarietà — viene lasciato indietro, costretto a rinunciare alle cure o a indebitarsi. La sanità da diritto universale diventa così un lusso per pochi. La beffa è che non esiste alcuno sgravio, rimborso o compensazione fiscale proporzionale per chi di fatto "solleva" il sistema pubblico rinunciando ad usufruirne e pagando un servizio privato. Se decidi di curarti privatamente anche per disperazione, lo Stato non ti restituisce un euro delle tasse che hai comunque versato per mantenere quel carrozzino pubblico che non ti ha dato volutamente assistenza. Il cittadino che sceglie (o è costretto a scegliere) il privato paga due volte per lo stesso servizio, cioè la prima con le trattenute in busta paga/tasse, la seconda direttamente al professionista od alla clinica privata. Per lo Stato e per i bilanci pubblici è un affare colossale, cioè incassa la fiscalità generale da tutti i cittadini italiani ma scarica i costi reali dell'assistenza direttamente sulle spalle (e sui risparmi) delle famiglie. Ognuno pensa al proprio orticello (il medico che vuole il turno leggero, la clinica che vuole fatturare, lo Stato che taglia i costi scaricando il problema), mentre il cittadino viene stritolato in mezzo. E tra tutto ciò abbiamo anche un Governo di maggioranza che si vanta dell'aumento dei posti di lavoro e del PIL ma gran parte della crescita dei posti di lavoro non arriva dalla produzione di ricchezza reale, dall'innovazione o dal benessere, ma dall'espansione abnorme del comparto sanitario, assicurativo, diagnostico e farmaceutico. È un meccanismo perverso in cui la sofferenza e la paura collettiva vengono contabilizzate come "PIL che cresce" e "posti di lavoro creati". Sta di fatto che più la popolazione è malata, diagnosticata, terrorizzata o cronicizzata da protocolli ed ansie da prestazione biologica, più servono operatori sanitari, tecnici di laboratorio, addetti ai call center di prenotazione, venditori di polizze integrative e produttori di integratori. Esultare per questi dati significa festeggiare la monetizzazione della crisi, dove c'è un sistema che banchetta sulle sventure dei cittadini e chiama "progresso economico" la gestione industriale della paura, volendo ignorare completamente quale tipo di lavoro ed a quale prezzo sociale ed esistenziale esso venga generato.
La convenienza reciproca
La bellezza perversa di questo meccanismo è che non ha bisogno di cospirazioni formali. Funziona per convenienza reciproca. Non c'è un piano diabolico centralizzato, ma una perfetta convergenza d'interessi (una mano lava l'altra), non c'è un piano di sterminio ai piani alti, c'è un mercato in crescita ed ognuno vuole la sua fetta. E nel mercato, chi detiene il potere economico ed istituzionale si muove esattamente dove c'è da guadagnare (o da coprire le proprie responsabilità), mentre chi cavalca il dissenso trova il suo bacino di utenza da monetizzare. Si incontrano e prosperano esattamente lì dove i loro interessi speculari si intersecano, lasciando come sempre il cittadino comune — spremuto fiscalmente, terrorizzato dai media ed abbandonato da un sistema sanitario al collasso — a pagare il conto, sia in termini di salute che di portafoglio. Riconoscere che la paura è diventata una merce finanziaria e che la salute è stata trasformata in un oligopolio estrattivo è il primo, fondamentale passo per rigettare il ricatto morale ed economico. La democrazia e lo Stato di diritto non sopravvivono delegando la propria esistenza a comitati, associazioni, studi legali, sindacati, guru del dissenso od a tecnocrazie dell'emergenza ma rinascono nel momento esatto in cui i cittadini tornano a pretendere trasparenza, giustizia fiscale e il rispetto incondizionato della dignità umana da tutti.
La reazione della Resistenza Ontologica
Se la diagnosi è chiara — un sistema sanitario ridotto a bancomat della tecnocrazia e della sanità privata — la cura non può che passare attraverso una reazione consapevole e determinata dei cittadini. Non si tratta di subire passivamente, ma di riappropriarsi dei propri diritti attraverso leve giuridiche ed etiche precise:
L'Azione Disciplinare e la Responsabilità Professionale: Il cittadino deve smettere di considerarsi un utente impotente di fronte alle disfunzioni del sistema. Di fronte a ritardi ingiustificati, agende bloccate o condotte opache (come il vergognoso caso delle false prenotazioni al CUP per saltare i turni), è un dovere civico esigere trasparenza, segnalare le anomalie e pretendere l'avvio di indagini disciplinari ad ogni livello. Chi indossa un camice ed è stipendiato dalla fiscalità generale deve rispondere del proprio operato, se non fa il lavoro per il quale è pagato, non sta esercitando la medicina, sta danneggiando la salute pubblica e DEVE uscire dalla pubblica amministrazione.
Il Recupero della Legge 219/2017: Abbiamo a disposizione strumenti normativi fondamentali, come la Legge 219 sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento. Questa legge non è solo un atto burocratico, ma il perno giuridico attorno a cui ricostruire il rapporto di cura e fiducia medico-paziente. Significa rimettere al centro l'alleanza terapeutica basata sul dialogo, sull'ascolto e sulla trasparenza, rifiutando la medicina ridotta a mero protocollo amministrativo o coercitivo.
Il Rifiuto dei "Protocolli Comodi al Sistema": La vera resistenza ontologica passa attraverso la presa di coscienza che il paziente non è una cavia né un cliente coatto. Imporsi per rifiutare trattamenti calati dall'alto che rispondono alle logiche di bilancio od alle pressioni di comitati d'affari, pretendendo una valutazione clinica personalizzata e rispettosa della dignità individuale, è l'atto politico più forte che un cittadino possa compiere oggi.
Creare ponti e non muri
Quando un movimento di opposizione si arena sulla "conta dei morti giornaliera" o su narrazioni estreme e non verificabili, non sta semplicemente commettendo un errore di comunicazione ma sta servendo al sistema esattamente l'arma di cui ha bisogno per annientarlo. I veri nodi strutturali (i profitti industriali, i conflitti d'interesse, la distruzione del welfare pubblico) non vengono mai discussi nel dibattito pubblico, perché l'intera attenzione mediatica viene polarizzata e sterilizzata sullo scontro circoscritto tra "scienziati infallibili" e "complottisti pericolosi". Noi invece dovremmo usare i social per creare ponti e non muri, che significa rigettare consapevolmente la trappola in cui il sistema vuole confinarci cioè quella della divisione permanente, del rancore e della guerra tra poveri. Fino a quando il dibattito resta ostaggio del tifo da stadio — dove si esulta per la sfortuna altrui o si etichetta l'interlocutore come nemico da annientare — a vincere è sempre chi governa attraverso la frammentazione. I muri servono ad isolare, ad impedire il confronto e ad fare in modo che le responsabilità reali delle classi dirigenti e dei grandi gruppi industriali restino invisibili, protette dal fumo dello scontro ideologico. Costruire ponti non significa fare sconti sulla verità, rinunciare al rigore dell'analisi o dimenticare le forzature, le ingiustizie e i ricatti subiti in questi anni. Significa fare qualcosa di molto più difficile e rivoluzionario cioè spostare il fuoco dell'attenzione su ciò che ci unisce come cittadini, perchè vaccinati e non vaccinati, "esitanti" e sostenitori dei protocolli, nella vita reale, fuori dallo specchio deformante delle bolle social, siamo tutti sulla stessa barca. Siamo tutti vittime dello stesso identico cortocircuito strutturale. Il potere non teme la rabbia cieca e divisa, perché sa come cavalcarla e neutralizzarla ma trema di fronte a un popolo che ritrova la capacità di dialogare, di guardarsi negli occhi oltre le etichette e di pretendere giustizia e dignità per tutti, senza esclusioni. Costruire ponti è l'unico modo reale per smettere di fare il loro gioco e cominciare, finalmente, a ricostruire lo Stato di diritto. IL NOSTRO PONTE E' IL FORUM DI TUTELA DEL DIRITTO SOGGETTIVO. Lì non giudichiamo, lì non prendiamo in giro, lì non ci facciamo fregare da truffatori e manipolatori, lì analizziamo la fonte proprio per non lasciarci confondere dalle opinioni personali e dalle credenze popolari. Lì è la terra di mezzo dove chiunque è accolto ed ascoltato. Non abbiamo più molto tempo ma possiamo ancora cambiare il nostro futuro, perchè noi siamo la generazione che ha permesso l'inganno ed oggi abbiamo il dovere civico di romperlo. Se il Governo non è in grado di fare gli interessi di Stato, è ora che il Cittadino Sovrano intervenga. Abbiamo tanto da fare e lo faremo. NOI siamo la Resistenza Ontologica: gli unici Custodi dello Stato di Diritto
Alessandra Ghisla
Consulente con studi di Diritti Naturali dell’Essere Umano e
tecniche di difesa in Autotutela del Cittadino Italiano
(Questo topic è di proprietà dell'autore che ne permette condivisione con citazione della fonte https://www.tuteladirittosoggettivo.it, supporta il nostro lavoro QUI)

I bollettini del terrore
Tutti noi ricordiamo i BOLLETTINI DEL TERRORE DEI MORTI COVID-19 dal 23/02/2020. Alle ore 18, l'ex-Presidente del Consiglio dei Ministri comunicava il numero giornaliero dei morti Covid-19 da parte della Protezione Civile e dal Ministero della Salute. Infatti la più grande polemica urlata dal mondo del dissenso era che durante l'emergenza le cifre venivano sommate in modo indistinto, senza separare i deceduti con Covid (persone con gravi patologie pregresse che contraevano il virus) da quelli deceduti per Covid (patologia primaria). In più vanno analizzati altri passaggi più opachi e metodologicamente forzati di tutta la gestione pandemica, cioè l'azzeramento statistico delle altre patologie (in primis l'influenza), la natura tecnica degli strumenti di rilevazione ed i protocolli sui pazienti.
La sparizione dell'influenza stagionale
Durante il biennio 2020-2021, sui bollettini ufficiali l'influenza stagionale è praticamente svanita dai radar, registrando numeri vicini allo zero statistico (eppure le sue complicanze causavano mediamente tra i 6.000 e gli 8.000 decessi all'anno, con punte anche superiori durante le stagioni più aggressive, concentrate soprattutto tra gli anziani e i soggetti fragili). Non perché il virus fosse magicamente scomparso per via delle mascherine o dei lockdown (visto che circolavano comunque altri patogeni), ma per un evidente effetto di riclassificazione diagnostica. Di conseguenza, l'intero carico di mortalità che storicamente apparteneva all'influenza ed alle infezioni respiratorie tradizionali è stato assorbito e contabilizzato all'interno della categoria "morti per Covid", ampliandone artificialmente la portata e la percezione di minaccia unica e assoluta.
L'accusa ai protocolli sanitari
Toccare i protocolli della "vigile attesa" domiciliare e della gestione intensiva ospedaliera significa entrare nel cuore di ciò che molti familiari e medici di trincea hanno vissuto come un vero e proprio tradimento del giuramento di Ippocrate. Quando il malato domiciliare arrivava in ospedale in condizioni critiche (Protocollo Tachipirina e vigile attesa senza nessuna visita del medico), trovava spesso un protocollo d'urgenza altrettanto rigido e spietato, su cui pesano oggi inchieste, esposti e denunce di associazioni di familiari. L'ombra più cupa riguarda l'uso massiccio di sedativi profondi e farmaci come il Midazolam nei reparti o nelle residenze per anziani (RSA) durante i momenti di saturazione estrema dei posti letto. Spesso giustificato come "terapia palliativa" per sedare l'angoscia e la fame d'aria dei pazienti terminali o non più trattabili, e non solo purtroppo, per molte famiglie si è trasformato nel dubbio lacerante (e in alcuni casi in esposti giudiziari) che quel protocollo potrebbe aver agito non per curare, ma per accelerare l'esito infausto, svuotando i reparti e riducendo la pressione sui posti letto. Se poi teniamo conto che, in condizioni ordinarie (fuori dai contesti epidemici straordinari o da protocolli di emergenza specifici), la mortalità globale nei reparti di Terapia Intensiva per i pazienti che necessitano di ventilazione meccanica invasiva (intubazione) si attesta storicamente tra il 30% e il 50%. Se consideriamo nello specifico l'ARDS (la Sindrome da Distress Respiratorio Acuto, cioè la grave insufficienza polmonare che richiede la ventilazione), la mortalità clinica "standard" si aggira mediamente intorno al 35%-45%. Il motivo per cui durante il Covid la mortalità in terapia intensiva ha toccato o superato in molti reparti il 50-60% non era dovuto solo alla "novità" del virus in sé, ma probabilmente al concorso di più fattori critici: l'età molto avanzata dei soggetti colpiti, la saturazione drammatica degli ospedali (con reparti improvvisati e personale sovraccarico) e, in una prima fase, l'adozione di protocolli di intubazione forse troppo aggressivi od anticipati rispetto alla reale risposta biomeccanica dei polmoni dei pazienti.
La positività dei tamponi
Per ultima la questione dei foglietti illustrativi (i cosiddetti bugiardini) dei test — siano essi molecolari (PCR) spinti a cicli di amplificazione elevatissimi o tamponi antigenici rapidi — evidenzia un'altra forzatura fondamentale. Nei manuali tecnici e nelle specifiche dei produttori, i test venivano spesso indicati come strumenti di supporto alla diagnosi clinica, concepiti per rilevare la presenza di frammenti di antigeni o materiale genetico, ma non per certificare da soli la causa clinica della morte o la malattia attiva in assenza di una rigorosa correlazione con i sintomi, ulteriori esami ed il quadro clinico complessivo (correlazione anamnestica). Bastava un tampone positivo (spesso eseguito su pazienti ricoverati per infarti, traumi, patologie oncologiche terminali o scompensi cardiaci) per etichettare quel decesso come "morto di Covid", con tutto ciò per alimentare quella narrazione d'emergenza indispensabile per giustificare le eccezionalità normative e la successiva corsa alla vaccinazione come unica via di salvezza.
La distorsione dei morti Covid
La convergenza di questi fattori ha generato una rappresentazione statistica distorta della realtà, infatti la mente umana, di fronte al dramma della morte ripetuto ossessivamente, spegne la razionalità e si affida alla "protezione" offerta da chi quel bollettino lo trasmette. I bollettini quotidiani della paura non servono alla scienza ma servono al controllo sociale. Hanno giocato sulla paura primordiale della morte per azzerare la capacità di giudizio, esattamente come un truffatore professionista che conquista la fiducia della vittima isolandola dalla realtà dei fatti. Infatti se analizziamo con lucidità gli anni che ci separano dal biennio pandemico fino ad oggi, ci accorgiamo che la gestione dell'emergenza sanitaria non è stata una risposta estemporanea ad una crisi biologica, ma un vero e proprio laboratorio di ingegneria sociale ed economica. Attraverso l'uso sapiente della paura, la frammentazione del tessuto sociale, la distruzione del rapporto di fiducia tra cittadino e istituzioni e, non ultimo, lo strappo giuridico sull'inviolabilità del patrimonio genetico umano, è stato ridisegnato il perimetro stesso della nostra democrazia. Il risultato? La trasformazione silenziosa della salute da diritto costituzionale inalienabile a tributo privato obbligatorio e merce di consumo per una filiera industriale intoccabile.
La specularità dei morti da vaccino
Riconoscere questa tecnica di manipolazione è il primo passo per spezzare l'incantesimo e pretendere, al posto della propaganda emotiva, la trasparenza e la verità dei dati. La regia dell'informazione sceglie cosa farci temere e cosa farci ignorare. Smascherare questi meccanismi significa proprio rifiutare di farsi dettare l'agenda delle priorità emotive e razionali da chi usa la comunicazione come strumento di controllo, proprio perchè questa dinamica sta succedendo identica anche nel mondo dell'opposizione con I BOLLETTINI GIORNALIERI DEI MORTI (DA VACCINO). L'analisi dei bollettini di mortalità — sia quelli sanitari d'emergenza che quelli generali diffusi periodicamente dai media os anche dai canali di "disinformazione" — si inserisce perfettamente nelle dinamiche della manipolazione di massa e della cosiddetta "truffa della fiducia" (confidence trick). Quando colleghiamo queste tecniche di comunicazione alla gestione dell'informazione (come nel caso del dibattito sulle trasfusioni di sangue), emerge chiaramente come i numeri non vengano quasi mai usati per informare, ma per indurre in errore, orientare le percezioni e pilotare il comportamento collettivo. Manipolare i bollettini serve infatti a creare una realtà sintetica in cui il cittadino non ha più gli strumenti per verificare i fatti in autonomia.
I numeri reali ed oggettivi
E' doveroso partire proprio da alcuni fatti oggettivi inopinabili. Già nel 2012 (foto in alto) la Morte cardiaca improvvisa (Mci) colpiva ogni anno in Italia più di 1000 giovani con età inferiore ai 35 anni, anche sportivi (1000 giovani:365=circa 3 al giorno). In Italia si registrano storicamente circa 600.000-700.000 decessi all'anno per tutte le cause (malattie cardiovascolari, tumori, età avanzata, Mci ecc.). Se ogni singolo decesso fosse stato trattato mediaticamente come "la notizia del giorno" con il bollettino continuo, l'ansia ed il terrore costante a cui siamo stati sottoposti durante l'emergenza pandemica sarebbero stati la normalità permanente di ogni minuto della nostra vita (700.000:365=circa 2000 al giorno). A questo va unito un altro dato statistico: al 18 aprile 2022 49.823.794 di persone (84,08% della popolazione totale) hanno completato la vaccinazione anti COVID-19 (due dosi), mentre 39.165.776 di persone (66,09% della popolazione totale) hanno ricevuto anche la terza dose ma, per un cinquantenne od un lavoratore, non fare la terza dose significava vedersi sospendere lo stipendio, perdere la capacità di sostentare la propria famiglia o subire pesanti sanzioni pecuniarie. La scelta era tra l'obbedienza al protocollo e la morte civile ed economica. Il dato più rivelatore, tuttavia, sta nell'altra faccia di quel numero, cioè nonostante l'obbligo di legge stretto e l'apparato sanzionatorio per gli Over 50, quasi un terzo della popolazione (e percentuali ancora più consistenti nelle fasce d'età non soggette a obbligo) ha scelto di fermarsi. Quel calo netto tra la prima/seconda dose (pompata dal Green Pass base) e la terza dose (richiedente il pass rafforzato e l'obbligo over 50) dimostra che, esaurita la prima ondata di pressione terroristica e di vincoli generalizzati, una fetta enorme di italiani ha smesso di sottostare ai richiami periodici, sfidando di fatto la paura di morire, l'imposizione statale od accettando di pagare il prezzo dell'isolamento. Ma il dato più eclatante sono state le sole 6.731.900 di persone (11.41% della popolazione totale) che hanno proceduto anche con la quarta dose. Cioè senza più "emergenza ed obbligo". L'11,41% rappresenta lo zoccolo duro dei "credenti" o dei rigorosi a tutti i costi, quelli che davvero credono nella scienza e nei vaccini. Questo vuol dire che oltre 43 milioni di italiani hanno di fatto interrotto la progressione dei richiami lungo la scala dei cicli successivi, confermando l'enorme voragine apertasi tra l'adesione iniziale (estorta o forzata dai vincoli normativi) e la partecipazione spontanea alle somministrazioni successive, perchè se hai paura del Covid ed il Governo ti dice che servono richiami annuali, tu li fai. Se non li fai è perchè quelli prima non sono stati una tua decisione volontaria e consapevole.
La manipolazione emotiva dei vaccinati
L'analisi dei flussi informativi relativi ai decessi — da un lato quelli ufficiali legati al Covid-19 durante la pandemia, dall'altro quelli rivendicati o denunciati dalla contro-informazione come "morti da vaccino" — rivela un uso simmetrico e speculare della manipolazione emotiva. Entrambi i fronti, seppur con obiettivi istituzionali e commerciali opposti, hanno fatto leva sulla stessa leva psicologica cioè la decontestualizzazione del numero per piegarlo ad un disegno politico od economico. Anche sui "morti da vaccino" il nesso di causalità è dato per scontato. Ogni singolo malore improvviso, arresto cardiaco o decesso anomalo (spesso amplificato dalla cronaca locale o dai social) viene immediatamente ed aprioristicamente etichettato come "effetto del vaccino", senza attendere autopsie, riscontri clinici o analisi della farmacovigilanza. Esattamente come la paura istituzionale faceva girare la macchina del consenso e dei profitti farmaceutici, il "mercato del sospetto" ha alimentato un immenso indotto economico parallelo, basato sulla rabbia e sulla ricerca di risposte fuori dal coro. Adottare poi lo stesso identico metodo speculativo che si contesta alla controparte (i bollettini allarmistici e decontestualizzati del biennio pandemico) fa perdere credibilità ed autorevolezza a qualsiasi analisi seria basata sui dati ufficiali, sulla farmacovigilanza seria e sulla trasparenza dei contratti pubblici, tramite il capolavoro politico e comunicativo della tecnocrazia moderna, cioè la neutralizzazione preventiva del dissenso attraverso la sua caricatura.
La conta dei morti
Quando la critica si sposta sul terreno della "conta dei morti" e delle correlazioni automatiche incontrollate, si offre su un piatto d'argento la sponda ideale a chi detiene il potere. Quel tipo di comunicazione non scalfisce minimamente la narrazione dominante, al contrario, la rafforza, fornendo l'etichetta perfetta per delegittimare l'intero fronte critico. Anche quando la fazione si sostituisce alla ragione, la tragedia umana smette di essere un lutto e diventa uno strumento di convalida ideologica. È il meccanismo perverso del confirmation bias portato alle estreme conseguenze e che non ci fa brillare come esseri svegli, intelligenti ed empatici. Ogni malore improvviso o decesso inatteso non viene accolto con il rispetto dovuto ad una vita spezzata, ma viene immediatamente scannerizzato e brandito come il trofeo che "dimostra" di aver avuto ragione dall'inizio. Si arriva al paradosso in cui la morte altrui viene quasi "desiderata" od accolta con compiacimento sottile, perché serve ad alimentare la propria narrazione "Avevamo ragione noi e voi no!" ed a sentirsi parte di un'élite di "consapevoli" contro il resto del mondo addormentato "Ve lo dicevamo che vogliono sterminarci tutti!". Da un lato, la tecnocrazia sanitaria ha usato la paura di massa per imporre agende economiche e industriali; dall'altro, una fetta della galassia antagonista ha fatto esattamente la stessa cosa alla rovescia, trasformando il dolore in carburante per la propria tifoseria. Quando la morte di un essere umano diventa nient'altro che un post da pubblicare per avere ragione sui social, hanno vinto tutti i cinici, da una parte e dall'altra. In più indossare i panni del "sopravvissuto consapevole" regala un appagamento narcisistico potentissimo. Sentirsi parte di un club ristretto di eletti che hanno "schivato il complotto dello sterminio di massa" offre un senso di onnipotenza e di sicurezza illusoria in un mondo percepito come ostile e minaccioso. In questa logica distorta, la morte del vaccinato non è una tragedia umana, ma la "prova provata" della propria superiorità intellettuale e biologica: "Io ho resistito, tu no, quindi io sono più forte/intelligente". L'atteggiamento di superiorità morale e di scherno nei confronti di chi si è vaccinato — liquidato sbrigativamente come "pecora", "coglione" o "cavia inconsapevole" — risponde ad una precisa dinamica psicologica di compensazione, cioè il bisogno di rivalsa dopo l'umiliazione sociale subita durante il Covid. È la brama di una rivincita esistenziale, il bisogno disperato di ribaltare i ruoli della vittima e del carceriere.
Il dividi et impera
D'altra parte quei 43 milioni di italiani — la stragrande maggioranza del Paese reale, che ha magari ottemperato al ciclo primario perché costretta dal ricatto del Green Pass, ma che ha poi scelto lucidamente di fermarsi, di non correre dietro ai richiami periodici e di riprendersi la propria vita — non scenderanno mai in piazza, non alzeranno mai barricate digitali e non si riconosceranno mai in una "resistenza" che si riduce a macchietta, a folklore urlato od a cinica esultanza per le disgrazie altrui, senza la benchè minima credibilità e manipolata dai propri guru, i gatekeepers del mondo del dissenso che fanno loro ripetere a pappagallo qualsiasi cosa, anche la più assurda od insensata. In più il potere non teme le fazioni estreme che urlano al complotto surreale, perché sa benissimo che quelle stesse voci servono da spauracchio per isolare il cittadino comune, spingendolo a rifugiarsi nella protezione delle istituzioni e a liquidare come "pericoloso" qualsiasi dubbio legittimo. Il sistema ottiene così il risultato definitivo, le due fazioni restano inchiodate nei rispettivi recinti ideologici, guardandosi con disprezzo uno con l'altro, incapaci di parlarsi, consumate dall'odio reciproco e completamente distratte dai veri problemi strutturali, che andremo ad elencare, e che continuano a colpire tutti, vaccinati e non, senza distinzioni. Se iniziamo a considerare la "conta dei morti" come un asset (un bene immateriale che genera valore), ci accorgiamo che la morte — o meglio, la paura costante della morte — è il motore di un'economia trasversale e spietata che arricchisce attori apparentemente opposti ma che sono tutti avvoltoi che banchettano sulla stessa carcassa.
La speculazione sulla paura
Il Clickbait dei Media: L'ansia è la materia prima del capitalismo digitale. La morte attira attenzione morbosa (il cosiddetto morbid curiosity), e nel giornalismo digitale basato sulle visualizzazioni e sui banner pubblicitari, il dolore vende. Pubblicare la cronaca luttuosa di ogni piccolo comune d'Italia serve a generare traffico compulsivo, cioè le persone cliccano, condividono, commentano con condoglianze di circostanza, alimentando l'algoritmo delle piattaforme. La vita e la morte delle persone vengono così ridotte a semplice merce di scambio per fare click e raccogliere visualizzazioni pubblicitarie. È l'ennesima dimostrazione di come l'informazione, anche la contro-informazione, non racconti più la realtà ma costruisca un clima psicologico mirato, dove la morte non è più un evento naturale da elaborare, ma un flusso continuo e monetizzabile sbattuto costantemente in faccia al cittadino. In più questo flusso ininterrotto di piccoli e grandi necrologi quotidiani serve a mantenere la popolazione in uno stato di vulnerabilità emotiva perenne. Una comunità triste, spaventata e cronicamente immersa nel lutto e nella percezione della fragilità è una comunità molto più docile, più facilmente controllabile e molto più disposta ad accettare qualsiasi misura di protezione o di spesa pur di allontanare lo spettro della fine.
La Monetizzazione dello "Stato di Terrore": Anche nella contro-informazione più radicale, la tragedia viene spesso capitalizzata per aumentare i followers, fidelizzare pubblico, fare scambio di voti od acquisire visibilità, vendere consulenze e libri, fare conferenze o raccogliere donazioni, polarizzando ulteriormente la società in echo chambers impermeabili alla realtà. Parallelamente alla "medicina convenzionale", la paura dei presunti o reali effetti avversi ha scatenato un mercato miliardario di sanità alternativa con integratori, protocolli "detox" e medicine non convenzionali venduti a caro prezzo a chi cerca di ripulire il proprio corpo. Mentre il 15% di cittadini che non hanno fatto il vaccino, i famosi novax, si fanno terrorizzare dal "sangue di vaccinato con spike e grafene", alimentando un mercato parallelo miliardario di integratori "miracolosi", protocolli di "pulizia del sangue", esami diagnostici privati non necessari e terapie alternative non validate, l'85% di chi ha fatto od ha accettato il vaccino si fa terrorizzare dalla paura di morire da un momento all'altro, alimentando la domanda di check-up cardiologici continui, visite specialistiche di controllo, protocolli di monitoraggio preventivo e cure "salvavita e anche discutibili" tra medicina pubblica e privata, creando così il 100% di possibili nuovi pazienti. Quando la paura diventa il prodotto di scambio dominante, la salute smette di essere un diritto da tutelare e diventa un mercato da sfruttare, indipendentemente dalla casacca o dalla fazione ideologica a cui si appartiene. L'ansia generata dai bollettini spinge centinaia di migliaia di persone a richiedere esami diagnostici (D-dimero, troponina, ecocardiogrammi, risonanze) senza una reale indicazione clinica, ma solo per "stare tranquilli". Il risultato di questa polarizzazione totale è che non esiste più un cittadino libero dalla paura. L'intera popolazione è stata frammentata, divisa in tribù contrapposte ma accomunate dallo stesso identico stato di vulnerabilità psicologica. Ed in un mercato dove tutti hanno paura, il profitto è garantito per chiunque venda una promessa di salvezza, che si tratti di una dose di richiamo vaccinale o di un integratore "detox" miracoloso, cioè la stessa identica cosa.
Il Sacrificio del Pubblico e l'Avanzata della Sanità Privata: La gestione autoritaria della pandemia e la polarizzazione feroce hanno distrutto quel capitale di fiducia viscerale che storicamente legava il cittadino al medico ed alle istituzioni sanitarie. Non siamo di fronte ad una semplice privatizzazione per decreto, quanto ad una raffinata operazione di ingegneria del consenso alla spesa privata. Il meccanismo si regge su passaggi ben precisi ed il capolavoro della gestione degli ultimi anni è stato proprio questo, convincere i cittadini che la sanità pubblica è inefficiente per natura, lenta e pericolosa, e che l'unica alternativa sicura, rapida e dignitosa sia rivolgersi al mercato privato o alle assicurazioni sanitarie integrative. La sanità pubblica italiana non viene distrutta con un taglio netto o con la sua cancellazione formale, ma viene svuotata dall'interno attraverso la fabbricazione metodica della sua inaffidabilità. Non serve chiudere gli ospedali pubblici ma basta far percepire l'attesa come un rischio mortale per la propria salute. A quel punto, il cittadino — spinto dal terrore e dall'ansia che la pandemia ha amplificato a dismisura — decide spontaneamente di "togliere i soldi di tasca propria", pur di saltare la fila e fare quell'ecografia o quella visita specialistica in una clinica privata convenzionata o diretta. La sanità pubblica resta formalmente lì — con i suoi bilanci e i suoi edifici — ma viene ridotta a un guscio vuoto, un ammortizzatore sociale di ultima istanza buono solo per chi non può permettersi altro, mentre la vera salute diventa un bene di lusso comprato sul mercato. E la frattura sociale, così, si autoalimenta per sempre.
Il banchetto per le PMI farmaceutiche e dei dispositivi medici: La trasformazione della sanità pubblica in un guscio vuoto e la parallela esplosione della spesa out-of-pocket (quella che i cittadini pagano direttamente di tasca propria nel settore privato) rappresentano il Bengodi per le medie e grandi imprese del comparto farmaceutico, della diagnostica avanzata e della tecnologia medicale. Non si tratta più soltanto di una transizione sanitaria, ma di un vero e proprio cambiamento di paradigma economico e industriale. Per anni, l'industria farmaceutica e dei dispositivi medici ha dovuto fare i conti con i vincoli di bilancio dello Stato, i tetti di spesa pubblica, le gare al ribasso e le trattative estenuanti con le agenzie pubbliche (come l'AIFA in Italia) sui prezzi dei farmaci innovativi o dei dispositivi salvavita. Al contrario, la privatizzazione diffusa e la frammentazione della domanda polverizzano questo potere, perchè se a comprare la salute non è più lo Stato centrale per 59 milioni di persone, ma il singolo cittadino od i fondi sanitari integrativi, i margini di guadagno si impennano ed i prezzi non trovano più alcun freno calmierante pubblico. In questo scenario si inserisce perfettamente la spinta verso i fondi sanitari integrativi e le assicurazioni private, spesso sbandierate come la "modernizzazione" del welfare. In realtà, sono lo strumento finanziario con cui si normalizza il passaggio definitivo, cioè le aziende scaricano parte del welfare aziendale sulle polizze private, i cittadini accettano di farsi assicurare per non morire nelle liste d'attesa e l'industria medicale si garantisce flussi di ricavi stabili e garantiti da contratti assicurativi di massa. Per capirci non vogliono privatizzare la sanità, siamo noi personalmente a farlo.
La tassa occulta sulla sopravvivenza: Quando lo Stato abdica al suo dovere costituzionale di garantire la salute ed i diritti fondamentali, la spesa sanitaria non diventa più un servizio coperto dalla fiscalità generale, ma un tributo privato obbligatorio che le famiglie devono pagare di tasca propria se vogliono curarsi, diagnosticare un problema in tempi utili o semplicemente difendersi. Chi ha disponibilità economiche paga il privato, salta le liste d'attesa manipolate, si affida a cliniche e protocolli alternativi e compra la propria tranquillità. Chi non ce la fa — le famiglie già strozzate dall'inflazione, dal costo dell'energia e dalla precarietà — viene lasciato indietro, costretto a rinunciare alle cure o a indebitarsi. La sanità da diritto universale diventa così un lusso per pochi. La beffa è che non esiste alcuno sgravio, rimborso o compensazione fiscale proporzionale per chi di fatto "solleva" il sistema pubblico rinunciando ad usufruirne e pagando un servizio privato. Se decidi di curarti privatamente anche per disperazione, lo Stato non ti restituisce un euro delle tasse che hai comunque versato per mantenere quel carrozzino pubblico che non ti ha dato volutamente assistenza. Il cittadino che sceglie (o è costretto a scegliere) il privato paga due volte per lo stesso servizio, cioè la prima con le trattenute in busta paga/tasse, la seconda direttamente al professionista od alla clinica privata. Per lo Stato e per i bilanci pubblici è un affare colossale, cioè incassa la fiscalità generale da tutti i cittadini italiani ma scarica i costi reali dell'assistenza direttamente sulle spalle (e sui risparmi) delle famiglie. Ognuno pensa al proprio orticello (il medico che vuole il turno leggero, la clinica che vuole fatturare, lo Stato che taglia i costi scaricando il problema), mentre il cittadino viene stritolato in mezzo. E tra tutto ciò abbiamo anche un Governo di maggioranza che si vanta dell'aumento dei posti di lavoro e del PIL ma gran parte della crescita dei posti di lavoro non arriva dalla produzione di ricchezza reale, dall'innovazione o dal benessere, ma dall'espansione abnorme del comparto sanitario, assicurativo, diagnostico e farmaceutico. È un meccanismo perverso in cui la sofferenza e la paura collettiva vengono contabilizzate come "PIL che cresce" e "posti di lavoro creati". Sta di fatto che più la popolazione è malata, diagnosticata, terrorizzata o cronicizzata da protocolli ed ansie da prestazione biologica, più servono operatori sanitari, tecnici di laboratorio, addetti ai call center di prenotazione, venditori di polizze integrative e produttori di integratori. Esultare per questi dati significa festeggiare la monetizzazione della crisi, dove c'è un sistema che banchetta sulle sventure dei cittadini e chiama "progresso economico" la gestione industriale della paura, volendo ignorare completamente quale tipo di lavoro ed a quale prezzo sociale ed esistenziale esso venga generato.
La convenienza reciproca
La bellezza perversa di questo meccanismo è che non ha bisogno di cospirazioni formali. Funziona per convenienza reciproca. Non c'è un piano diabolico centralizzato, ma una perfetta convergenza d'interessi (una mano lava l'altra), non c'è un piano di sterminio ai piani alti, c'è un mercato in crescita ed ognuno vuole la sua fetta. E nel mercato, chi detiene il potere economico ed istituzionale si muove esattamente dove c'è da guadagnare (o da coprire le proprie responsabilità), mentre chi cavalca il dissenso trova il suo bacino di utenza da monetizzare. Si incontrano e prosperano esattamente lì dove i loro interessi speculari si intersecano, lasciando come sempre il cittadino comune — spremuto fiscalmente, terrorizzato dai media ed abbandonato da un sistema sanitario al collasso — a pagare il conto, sia in termini di salute che di portafoglio. Riconoscere che la paura è diventata una merce finanziaria e che la salute è stata trasformata in un oligopolio estrattivo è il primo, fondamentale passo per rigettare il ricatto morale ed economico. La democrazia e lo Stato di diritto non sopravvivono delegando la propria esistenza a comitati, associazioni, studi legali, sindacati, guru del dissenso od a tecnocrazie dell'emergenza ma rinascono nel momento esatto in cui i cittadini tornano a pretendere trasparenza, giustizia fiscale e il rispetto incondizionato della dignità umana da tutti.
La reazione della Resistenza Ontologica
Se la diagnosi è chiara — un sistema sanitario ridotto a bancomat della tecnocrazia e della sanità privata — la cura non può che passare attraverso una reazione consapevole e determinata dei cittadini. Non si tratta di subire passivamente, ma di riappropriarsi dei propri diritti attraverso leve giuridiche ed etiche precise:
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L'Azione Disciplinare e la Responsabilità Professionale: Il cittadino deve smettere di considerarsi un utente impotente di fronte alle disfunzioni del sistema. Di fronte a ritardi ingiustificati, agende bloccate o condotte opache (come il vergognoso caso delle false prenotazioni al CUP per saltare i turni), è un dovere civico esigere trasparenza, segnalare le anomalie e pretendere l'avvio di indagini disciplinari ad ogni livello. Chi indossa un camice ed è stipendiato dalla fiscalità generale deve rispondere del proprio operato, se non fa il lavoro per il quale è pagato, non sta esercitando la medicina, sta danneggiando la salute pubblica e DEVE uscire dalla pubblica amministrazione.
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Il Recupero della Legge 219/2017: Abbiamo a disposizione strumenti normativi fondamentali, come la Legge 219 sul consenso informato e sulle disposizioni anticipate di trattamento. Questa legge non è solo un atto burocratico, ma il perno giuridico attorno a cui ricostruire il rapporto di cura e fiducia medico-paziente. Significa rimettere al centro l'alleanza terapeutica basata sul dialogo, sull'ascolto e sulla trasparenza, rifiutando la medicina ridotta a mero protocollo amministrativo o coercitivo.
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Il Rifiuto dei "Protocolli Comodi al Sistema": La vera resistenza ontologica passa attraverso la presa di coscienza che il paziente non è una cavia né un cliente coatto. Imporsi per rifiutare trattamenti calati dall'alto che rispondono alle logiche di bilancio od alle pressioni di comitati d'affari, pretendendo una valutazione clinica personalizzata e rispettosa della dignità individuale, è l'atto politico più forte che un cittadino possa compiere oggi.
Creare ponti e non muri
Quando un movimento di opposizione si arena sulla "conta dei morti giornaliera" o su narrazioni estreme e non verificabili, non sta semplicemente commettendo un errore di comunicazione ma sta servendo al sistema esattamente l'arma di cui ha bisogno per annientarlo. I veri nodi strutturali (i profitti industriali, i conflitti d'interesse, la distruzione del welfare pubblico) non vengono mai discussi nel dibattito pubblico, perché l'intera attenzione mediatica viene polarizzata e sterilizzata sullo scontro circoscritto tra "scienziati infallibili" e "complottisti pericolosi". Noi invece dovremmo usare i social per creare ponti e non muri, che significa rigettare consapevolmente la trappola in cui il sistema vuole confinarci cioè quella della divisione permanente, del rancore e della guerra tra poveri. Fino a quando il dibattito resta ostaggio del tifo da stadio — dove si esulta per la sfortuna altrui o si etichetta l'interlocutore come nemico da annientare — a vincere è sempre chi governa attraverso la frammentazione. I muri servono ad isolare, ad impedire il confronto e ad fare in modo che le responsabilità reali delle classi dirigenti e dei grandi gruppi industriali restino invisibili, protette dal fumo dello scontro ideologico. Costruire ponti non significa fare sconti sulla verità, rinunciare al rigore dell'analisi o dimenticare le forzature, le ingiustizie e i ricatti subiti in questi anni. Significa fare qualcosa di molto più difficile e rivoluzionario cioè spostare il fuoco dell'attenzione su ciò che ci unisce come cittadini, perchè vaccinati e non vaccinati, "esitanti" e sostenitori dei protocolli, nella vita reale, fuori dallo specchio deformante delle bolle social, siamo tutti sulla stessa barca. Siamo tutti vittime dello stesso identico cortocircuito strutturale. Il potere non teme la rabbia cieca e divisa, perché sa come cavalcarla e neutralizzarla ma trema di fronte a un popolo che ritrova la capacità di dialogare, di guardarsi negli occhi oltre le etichette e di pretendere giustizia e dignità per tutti, senza esclusioni. Costruire ponti è l'unico modo reale per smettere di fare il loro gioco e cominciare, finalmente, a ricostruire lo Stato di diritto. IL NOSTRO PONTE E' IL FORUM DI TUTELA DEL DIRITTO SOGGETTIVO. Lì non giudichiamo, lì non prendiamo in giro, lì non ci facciamo fregare da truffatori e manipolatori, lì analizziamo la fonte proprio per non lasciarci confondere dalle opinioni personali e dalle credenze popolari. Lì è la terra di mezzo dove chiunque è accolto ed ascoltato. Non abbiamo più molto tempo ma possiamo ancora cambiare il nostro futuro, perchè noi siamo la generazione che ha permesso l'inganno ed oggi abbiamo il dovere civico di romperlo. Se il Governo non è in grado di fare gli interessi di Stato, è ora che il Cittadino Sovrano intervenga. Abbiamo tanto da fare e lo faremo. NOI siamo la Resistenza Ontologica: gli unici Custodi dello Stato di Diritto
Alessandra Ghisla
Consulente con studi di Diritti Naturali dell’Essere Umano e
tecniche di difesa in Autotutela del Cittadino Italiano
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