OPERAZIONE "USCIAMO DAI SOCIAL"
Cita da Alessandra Ghisla su 24 Maggio 2026, 13:05
"Uscire dai social" non vuol dire cancellare l'iscrizione e spegnere lo smartphone ma significa portare la contestazione nelle sedi opportune con gli strumenti a nostra disposizione: la PEC. Infatti cosa sta succedendo alla Resistenza? Decine di notizie inutili, migliaia di like, condivisioni, emoji e poi firme con un click e la giornata è andata, convinti di aver partecipato alla guerra come bravi soldatini. Peccato però che i social media ci hanno addestrato a confondere la reazione con l’azione. Un fenomeno che in sociologia della comunicazione chiamano "Slacktivism" (attivismo da poltrona) unito ad una precisa dinamica di psicologia delle masse. Il "Like" e la "Condivisione" sono gratificazioni istantanee, dopamina pura come per chi non riesce a smettere di giocare online. L'utente sente di aver "fatto la sua parte" con un click, scaricando la tensione morale senza compiere l'azione reale (firmare/aderire/partecipare). Purtroppo si sono passati anni a credere che un "Mi piace" fosse una forma di resistenza. Hanno illuso che condividere un video indignato fosse "fare informazione". Hanno addomesticato, trasformando la rabbia in dati per gli inserzionisti pubblicitari. Il sistema ha studiato perfettamente la psicologia delle masse digitali. Il sistema aveva previsto tutto, cioè aveva previsto che sarebbero stati migliaia a guardare e solo una manciata ad agire. Ogni "like" senza azione è la conferma che il loro piano sta funzionando. Ogni condivisione senza partecipare attivamente è un mattone in più nel muro della cella digitale. Il social è il recinto dove il sistema permette di urlare per evitare che si esca a mordere. Finché si scrivono commenti sotto il post del Ministro, probabilmente gestiti poi dal suo Social Media Manager, è tutto sotto controllo. E' rumore bianco. Una statistica di "engagement". Il sistema non teme milioni di commenti che non è neanche obbligato a leggere. Anzi li seleziona accuratamente per poter anche far partire denunce e risarcimenti, tramite lettere dei loro avvocati che chiedono 5000 euro per evitare il processo.
Invece il sistema teme UNA sola PEC scritta con criterio, perché quella PEC apre un procedimento, obbliga ad una risposta e crea una responsabilità penale e amministrativa. Il potere non teme la rabbia digitale, teme la firma analogica. Perchè chi pensa che oggi basti guardare video o leggere post sui social per combattere questa guerra, è solo un illuso. Senza l'azione, la conoscenza è solo una decorazione per la sua schiavitù. Il sistema vuole proprio questo, rumorosi sui social e muti davanti agli atti. Sapete invece cosa davvero non serva a niente? Il vostro commento sui social. Tra 24 ore, il post di un gattino, l'ultima polemica politica/televisiva o l'ultima notizia inutile di geopolitica spazzeranno via le vostre lamentele. Nel mondo digitale non resta nulla, è solo un pixel che il sistema spegnerà stasera. Siete polvere che urla nel vento. L'atto scritto, invece, resta. Un documento inviato via PEC, un'istanza o diffida, un esposto alla Guardia di Finanza od ai NAS, invece queste cose entrano nel sistema. Diventano Protocollo. Diventano Responsabilità. Dite che "tanto ci ignorano"? Vi sbagliate. Per decidere di ignorarci, prima devono leggerci. Nella psicologia del potere, il silenzio non è assenza di azione, è una scelta difensiva. Se un ufficio ignora una PEC tecnicamente ineccepibile, non sta esercitando forza, sta manifestando panico procedurale. Una persona con una PEC ha costretto un intero ufficio all'illegalità pur di non affrontarlo. Questa è la vera forza. Il Governo teme questi soldati perché sono imprevedibili. Il sistema ha digitalizzato tutto per poter controllare tutto con un algoritmo. Ma un atto analogico, una firma autografa spedita via PEC, costringe un essere umano dall'altra parte a uscire dall'automatismo, a protocollare manualmente, a leggere. Abbiamo rotto la loro "zona di comfort" e, per ignorarci, devono prima decidere consapevolmente di violare la legge.
Si violare la Legge, perchè ci hanno poi fatto credere che "ignora il cittadino" fosse lecito, quindi inutile scrivere. Invece non lo è affatto. Nel modello burocratico distorto, il funzionario pubblico ed il dirigente d'ufficio si sono abituati a considerare il cittadino come un suddito supplice. Lo strumento preferito di questo potere medievale è il silenzio cioè non rispondere, non tracciare, non protocollare, "rimbalzare" la competenza da un ufficio all'altro per sfinire chi rivendica i propri diritti. Ma nell'era della digitalizzazione integrale e dello Stato di Diritto, la legge ha capovolto i rapporti di forza. La Posta Elettronica Certificata (PEC) non è una semplice e-mail ma è una notificazione legale a tutti gli effetti. Chi sta dall'altra parte dello schermo non ha la facoltà discrezionale di decidere se prendere in carico il tuo documento. La mancata protocollazione od il silenzio-rifiuto arbitrario non sono semplici "disfunzioni organizzative" ma sono violazioni di legge e potenziali reati penali e questo vale per ogni forma di deposito del documento, che sia a mano, via posta o via e-mail semplice. Nel momento che riceve il protocollo d'ufficio, diventa un atto amministrativo a tutti gli effetti. Infatti si rammenta che l’efficacia procedimentale di qualsivoglia comunicazione rivolta alla P.A. è indissolubilmente subordinata all'obbligatoria segnatura di protocollo. Ai sensi dell'Art. 53 del D.P.R. 445/2000, la registrazione di protocollo si configura quale atto dovuto ed immodificabile, rivestendo natura di atto pubblico fidefacente; ne consegue che l’omessa registrazione inficia la tracciabilità dell'atto, determinando una grave lesione dei diritti del cittadino. In ossequio ai canoni costituzionali di buon andamento ed imparzialità della Pubblica Amministrazione (Art. 97 Cost.), nonché ai principi di trasparenza e celerità (Art. 1, Legge 241/1990) ed al dovere inderogabile di rilascio della ricevuta ex Art. 18-bis Legge 241/1990, la persistente inerzia nell’attribuzione della segnatura configura un gravissimo vulnus ai doveri d'ufficio, non derogabile da alcuna discrezionalità amministrativa o regolamento interno.
Chi dice che la Pubblica Amministrazione "non ha l'obbligo di rispondere" è rimasto fermo a prima del 1990 o, peggio, confonde il "potere di rimanere in silenzio" con la "legalità di quel silenzio". No, la PA ha il tassativo, assoluto e generale obbligo giuridico di rispondere e di concludere il procedimento. La Legge sul procedimento amministrativo (L. 241/90) ha eliminato l'arbitrio del silenzio. L'Articolo 2, comma 1, stabilisce un principio granitico: «Ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un'istanza, ovvero debba essere iniziato d'ufficio, le pubbliche amministrazioni hanno l'obbligo di concluderlo mediante l'adozione di un provvedimento espresso.». Dire che la PA non ha l'obbligo di rispondere nel 2026 è una colossale falsità giuridica, che toglie solo potere al Popolo Sovrano. L'obbligo c'è, è sanzionato e prevede la responsabilità personale del funzionario. L'obbligo di protocollo serve proprio a questo, è l'atto di nascita del procedimento. Se un ufficio protocolla un'istanza e poi la lascia marcire in un cassetto per più di 30 giorni senza emettere un provvedimento espresso, sta violando la Legge 241/90 e si sta esponendo a ricorsi al TAR, richieste di risarcimento danni e, nei casi più gravi (omissione di atti dovuti e indifferibili), a denunce penali ex Art. 328 c.p. Chi continua a dire che "scrivere non cambia nulla" sta solo cercando di manipolarvi e di convincervi a non fare nulla. Oggi conoscere come funziona il nostro Stato, ci evita proprio abusi dagli organi statali. SIATE CONSAPEVOLI, PERCHE' SOLO COSI' SARETE DAVVERO LIBERI.
Alessandra Ghisla
Consulente con studi di Diritti Naturali dell’Essere Umano e
tecniche di difesa in Autotutela del Cittadino Italiano
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"Uscire dai social" non vuol dire cancellare l'iscrizione e spegnere lo smartphone ma significa portare la contestazione nelle sedi opportune con gli strumenti a nostra disposizione: la PEC. Infatti cosa sta succedendo alla Resistenza? Decine di notizie inutili, migliaia di like, condivisioni, emoji e poi firme con un click e la giornata è andata, convinti di aver partecipato alla guerra come bravi soldatini. Peccato però che i social media ci hanno addestrato a confondere la reazione con l’azione. Un fenomeno che in sociologia della comunicazione chiamano "Slacktivism" (attivismo da poltrona) unito ad una precisa dinamica di psicologia delle masse. Il "Like" e la "Condivisione" sono gratificazioni istantanee, dopamina pura come per chi non riesce a smettere di giocare online. L'utente sente di aver "fatto la sua parte" con un click, scaricando la tensione morale senza compiere l'azione reale (firmare/aderire/partecipare). Purtroppo si sono passati anni a credere che un "Mi piace" fosse una forma di resistenza. Hanno illuso che condividere un video indignato fosse "fare informazione". Hanno addomesticato, trasformando la rabbia in dati per gli inserzionisti pubblicitari. Il sistema ha studiato perfettamente la psicologia delle masse digitali. Il sistema aveva previsto tutto, cioè aveva previsto che sarebbero stati migliaia a guardare e solo una manciata ad agire. Ogni "like" senza azione è la conferma che il loro piano sta funzionando. Ogni condivisione senza partecipare attivamente è un mattone in più nel muro della cella digitale. Il social è il recinto dove il sistema permette di urlare per evitare che si esca a mordere. Finché si scrivono commenti sotto il post del Ministro, probabilmente gestiti poi dal suo Social Media Manager, è tutto sotto controllo. E' rumore bianco. Una statistica di "engagement". Il sistema non teme milioni di commenti che non è neanche obbligato a leggere. Anzi li seleziona accuratamente per poter anche far partire denunce e risarcimenti, tramite lettere dei loro avvocati che chiedono 5000 euro per evitare il processo.
Invece il sistema teme UNA sola PEC scritta con criterio, perché quella PEC apre un procedimento, obbliga ad una risposta e crea una responsabilità penale e amministrativa. Il potere non teme la rabbia digitale, teme la firma analogica. Perchè chi pensa che oggi basti guardare video o leggere post sui social per combattere questa guerra, è solo un illuso. Senza l'azione, la conoscenza è solo una decorazione per la sua schiavitù. Il sistema vuole proprio questo, rumorosi sui social e muti davanti agli atti. Sapete invece cosa davvero non serva a niente? Il vostro commento sui social. Tra 24 ore, il post di un gattino, l'ultima polemica politica/televisiva o l'ultima notizia inutile di geopolitica spazzeranno via le vostre lamentele. Nel mondo digitale non resta nulla, è solo un pixel che il sistema spegnerà stasera. Siete polvere che urla nel vento. L'atto scritto, invece, resta. Un documento inviato via PEC, un'istanza o diffida, un esposto alla Guardia di Finanza od ai NAS, invece queste cose entrano nel sistema. Diventano Protocollo. Diventano Responsabilità. Dite che "tanto ci ignorano"? Vi sbagliate. Per decidere di ignorarci, prima devono leggerci. Nella psicologia del potere, il silenzio non è assenza di azione, è una scelta difensiva. Se un ufficio ignora una PEC tecnicamente ineccepibile, non sta esercitando forza, sta manifestando panico procedurale. Una persona con una PEC ha costretto un intero ufficio all'illegalità pur di non affrontarlo. Questa è la vera forza. Il Governo teme questi soldati perché sono imprevedibili. Il sistema ha digitalizzato tutto per poter controllare tutto con un algoritmo. Ma un atto analogico, una firma autografa spedita via PEC, costringe un essere umano dall'altra parte a uscire dall'automatismo, a protocollare manualmente, a leggere. Abbiamo rotto la loro "zona di comfort" e, per ignorarci, devono prima decidere consapevolmente di violare la legge.
Si violare la Legge, perchè ci hanno poi fatto credere che "ignora il cittadino" fosse lecito, quindi inutile scrivere. Invece non lo è affatto. Nel modello burocratico distorto, il funzionario pubblico ed il dirigente d'ufficio si sono abituati a considerare il cittadino come un suddito supplice. Lo strumento preferito di questo potere medievale è il silenzio cioè non rispondere, non tracciare, non protocollare, "rimbalzare" la competenza da un ufficio all'altro per sfinire chi rivendica i propri diritti. Ma nell'era della digitalizzazione integrale e dello Stato di Diritto, la legge ha capovolto i rapporti di forza. La Posta Elettronica Certificata (PEC) non è una semplice e-mail ma è una notificazione legale a tutti gli effetti. Chi sta dall'altra parte dello schermo non ha la facoltà discrezionale di decidere se prendere in carico il tuo documento. La mancata protocollazione od il silenzio-rifiuto arbitrario non sono semplici "disfunzioni organizzative" ma sono violazioni di legge e potenziali reati penali e questo vale per ogni forma di deposito del documento, che sia a mano, via posta o via e-mail semplice. Nel momento che riceve il protocollo d'ufficio, diventa un atto amministrativo a tutti gli effetti. Infatti si rammenta che l’efficacia procedimentale di qualsivoglia comunicazione rivolta alla P.A. è indissolubilmente subordinata all'obbligatoria segnatura di protocollo. Ai sensi dell'Art. 53 del D.P.R. 445/2000, la registrazione di protocollo si configura quale atto dovuto ed immodificabile, rivestendo natura di atto pubblico fidefacente; ne consegue che l’omessa registrazione inficia la tracciabilità dell'atto, determinando una grave lesione dei diritti del cittadino. In ossequio ai canoni costituzionali di buon andamento ed imparzialità della Pubblica Amministrazione (Art. 97 Cost.), nonché ai principi di trasparenza e celerità (Art. 1, Legge 241/1990) ed al dovere inderogabile di rilascio della ricevuta ex Art. 18-bis Legge 241/1990, la persistente inerzia nell’attribuzione della segnatura configura un gravissimo vulnus ai doveri d'ufficio, non derogabile da alcuna discrezionalità amministrativa o regolamento interno.
Chi dice che la Pubblica Amministrazione "non ha l'obbligo di rispondere" è rimasto fermo a prima del 1990 o, peggio, confonde il "potere di rimanere in silenzio" con la "legalità di quel silenzio". No, la PA ha il tassativo, assoluto e generale obbligo giuridico di rispondere e di concludere il procedimento. La Legge sul procedimento amministrativo (L. 241/90) ha eliminato l'arbitrio del silenzio. L'Articolo 2, comma 1, stabilisce un principio granitico: «Ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad un'istanza, ovvero debba essere iniziato d'ufficio, le pubbliche amministrazioni hanno l'obbligo di concluderlo mediante l'adozione di un provvedimento espresso.». Dire che la PA non ha l'obbligo di rispondere nel 2026 è una colossale falsità giuridica, che toglie solo potere al Popolo Sovrano. L'obbligo c'è, è sanzionato e prevede la responsabilità personale del funzionario. L'obbligo di protocollo serve proprio a questo, è l'atto di nascita del procedimento. Se un ufficio protocolla un'istanza e poi la lascia marcire in un cassetto per più di 30 giorni senza emettere un provvedimento espresso, sta violando la Legge 241/90 e si sta esponendo a ricorsi al TAR, richieste di risarcimento danni e, nei casi più gravi (omissione di atti dovuti e indifferibili), a denunce penali ex Art. 328 c.p. Chi continua a dire che "scrivere non cambia nulla" sta solo cercando di manipolarvi e di convincervi a non fare nulla. Oggi conoscere come funziona il nostro Stato, ci evita proprio abusi dagli organi statali. SIATE CONSAPEVOLI, PERCHE' SOLO COSI' SARETE DAVVERO LIBERI.
Alessandra Ghisla
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