LA BANALITA' DEL MALE APPLICATA AL COVID
Cita da Alessandra Ghisla su 8 Agosto 2026, 20:20
IL PROCESSO AI NAZISTI
"La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme" è un'opera fondamentale della filosofa e teorica politica Hannah Arendt, pubblicata nel 1963. Il libro raccoglie i reportage che la Arendt scrisse per il prestigioso periodico The New Yorker seguendo il processo svoltosi a Gerusalemme nel 1961 contro Adolf Eichmann, uno dei principali gerarchi nazisti responsabili della logistica e della deportazione di milioni di ebrei nei campi di sterminio. Contrariamente all'immagine del "mostro" sanguinario o del sadico assetato di potere, la Arendt descrive Eichmann come un uomo burocratico, mediocre, incredibilmente comune e privo di una vera e propria ideologia fanatica radicale. Era un funzionario meticoloso, interamente concentrato sull'efficienza organizzativa, sulla carriera e sull'esecuzione impeccabile degli ordini ricevuti. Con "la banalità del male", l'autrice non intendeva dire che il male commesso fosse insignificante, bensì che esso fu perpetrato da persone "normali", le quali non agivano spinte da una malvagità demoniaca o da un odio profondo, ma semplicemente per conformismo, cieca obbedienza all'autorità e totale incapacità di riflettere sulle conseguenze morali delle proprie azioni. Il vero pericolo totalitario risiede, secondo Arendt, nella perdita della capacità di pensare criticamente e di mettersi nei panni dell'altro. Il burocrate spersonalizzato si limita a seguire le procedure, delegando ogni responsabilità morale ed etica allo Stato od al superiore gerarchico. Il processo mise in luce come i crimini più efferati della storia moderna non fossero più il frutto di passioni individuali incontrollabili, ma il prodotto di una macchina statale tecnocratica, impersonale e burocratica, in cui il crimine diventa un "lavoro d'ufficio". Infatti è fondamentale smontare un falso mito storico, cioè che gli esperimenti nei campi di concentramento (Dachau, Auschwitz, Buchenwald) non furono l'opera isolata di pochi medici pazzi o sadici. Furono il risultato di una scienza medica di Stato, altamente strutturata, accademica e legalizzata. La medicina nazista aveva stabilito che il paziente non era più il singolo individuo, ma il corpo sociale, lo Stato, la "Razza" (Volksgesundheit) e la sua eliminazione od il suo utilizzo come materiale da laboratorio era giustificato per il "bene superiore" della collettività. Durante il Processo di Norimberga, la strategia difensiva dei medici nazisti fu sottile e, per certi versi, terribilmente simile alle argomentazioni tecnocratiche moderne cioè di una visione collettivista della salute che — sacrificando l'autodeterminazione del singolo sull'altare di un presunto "bene comune" o statistico — finisce per replicare le logiche di spersonalizzazione dell'individuo tipiche dei sistemi autoritari. Gli avvocati difensori dei medici nazisti sostennero che:
- Mancanza di leggi: Non esisteva all'epoca alcuna legge scritta internazionale che vietasse esplicitamente la sperimentazione umana senza consenso.
- Il fine giustifica i mezzi: Gli esperimenti, seppur dolorosi o letali per pochi, erano necessari per salvare la vita di migliaia di soldati e cittadini della collettività.
- Stato di necessità ed obbedienza: I medici stavano semplicemente eseguendo gli ordini di uno Stato sovrano e legittimo in tempo di guerra.
IL PARADOSSO GIURIDICO DEL COVID
Ma è stato proprio durante il periodo del Covid e del Green Pass (2019-2022) che abbiamo vissuto il cortocircuito etico e giuridico su cui si fonda la critica più profonda, cioè il paradosso di trovarsi nel XXI secolo, di fronte ad un sistema di tutele formali straordinariamente avanzato che ha educato proprio contro fascismo e nazismo la sua popolazione — in cui persino la sensibilità verso gli animali e l'ambiente è stata codificata in termini di diritti — e di aver assistito, al tempo stesso, ad una repentina sospensione dei diritti umani fondamentali proprio sul corpo dell'essere umano. Da un lato, il cammino della civiltà giuridica post-bellica ha prodotto trattati internazionali vincolanti, codici deontologici rigorosi e una sensibilità diffusa verso la protezione della vita e della dignità (estesa persino alla biosfera, agli animali e al paesaggio). Dall'altro, nel momento in cui è stata attivata la leva dell'emergenza sanitaria, le stesse garanzie costruite per impedire il ritorno di logiche autoritarie sono state accantonate o aggirate attraverso la tecnocrazia amministrativa e la coercizione indiretta. Eppure qui non c'era la dittatura, la guerra o la mancanza di leggi o cultura. L'Italia è ancora oggi uno Stato di Diritto, democratico che garantisce diritti a tutti i suoi cittadini, i quali hanno quasi tutti un'istruzione superiore, tramite la Magistratura dove la Legge è uguale per tutti. Nonostante questo quadro di tutele, la gestione dell'emergenza ha operato una torsione sistemica, anziché passare attraverso il normale vaglio del Parlamento con leggi ordinarie strutturate e dibattute, si è fatto ricorso massiccio a decreti-legge, decreti del Presidente del Consiglio (DPCM) e protocolli. Questo ha generato un vero e proprio stato d'eccezione politico, in cui le garanzie costituzionali ordinarie sono state di fatto sterilizzate od aggirate attraverso il ricatto della limitazione dei diritti primari (lavoro, scuola, mobilità, socialità). La gravità di questo precedente storico risiede anche nella pericolosità del principio stabilito come la normalizzazione dell'utilitarismo biologico. Quando una democrazia accetta che i diritti fondamentali e l'inviolabilità del corpo possano essere sospesi o subordinati a metriche di gestione collettiva — aggirando le leggi ordinarie attraverso la leva economica e sociale —, si crea un precedente pericoloso. Si sdogana l'idea che lo Stato possa disporre dei corpi dei cittadini in nome di un'emergenza (sanitaria, economica o di sicurezza), spostando definitivamente il baricentro da uno Stato di diritto ad una tecnocrazia amministrativa in cui i diritti non sono più inalienabili, ma diventano "concessioni" revocabili a seconda delle circostanze.
LA BANALITA' DEL MALE COL COVID
Applicare il concetto di "banalità del male" alla gestione Covid e Green Pass significa evidenziare come la compressione sistematica dei diritti costituzionali, le discriminazioni su base normativa, la segregazione e l'imposizione di trattamenti non siano avvenute per un diabolico disegno da supercattivi, ma attraverso la più ordinaria, grigia e burocratica esecuzione degli ordini. In questo senso, il periodo legato alla gestione del Covid ha rappresentato il laboratorio perfetto della banalità del male contemporanea, cioè un sistema tecnocratico in cui la violazione dei diritti fondamentali è stata normalizzata attraverso lo scudo della legalità formale, trasformando l'eccezione autoritaria in normalità quotidiana con il consenso passivo — o addirittura l'entusiastica approvazione — di una società anestetizzata. Il funzionario, il medico, il preside, il poliziotto od il semplice cittadino che applica una norma ingiusta o liberticida non si sente responsabile del danno causato ma la sua coscienza è anestetizzata dal fatto che "sta solo eseguendo la Legge", rispettando una disposizione ministeriale o seguendo la linea dettata dall'autorità superiore. Il cittadino non è più una persona portatrice di diritti inalienabili, ma un "caso" da gestire, una pratica da bollare, un numero in base ad un passaporto sanitario o ad un lasciapassare. La pericolosità sociale non risiede nella cattiveria intrinseca di chi compie l'atto repressivo, ma nella sua totale incapacità di pensare criticamente, di interrogarsi sulla giustizia sostanziale della legge e di esercitare quella che Hannah Arendt definiva l'assenza di pensiero (thoughtlessness). Durante le grandi crisi, la maggioranza delle persone non sceglie la via della persecuzione per malvagità intrinseca, ma per una forma di codardia morale o per il comodo desiderio di mimetizzarsi nel "gregge". La morale viene sostituita dalla conformità, cioè è buono ciò che è prescritto dall'autorità ed è pericoloso chi dissente.
POLITICA O SOCIETA'?
Quindi il problema è politico, strutturale od affonda le sue radici nella moralità e nell'educazione degli individui? Se scendiamo in profondità, scopriamo che le due dimensioni non sono separate ma si alimentano a vicenda in un circolo vizioso implacabile. Non esiste una crisi della politica che non sia, prima di tutto, una crisi antropologica e morale dell'essere umano. Quando un popolo perde la bussola morale — ovvero la capacità di distinguere il bene universale dalla convenienza contingente — produce inevitabilmente una classe politica speculare cioè cinica, priva di visione, pronta ad usare la paura come clava di governo. La preparazione di cui parliamo non è quella tecnica o accademica (i "titoli" o la competenza specialistica), ma la formazione dell'intelletto critico e della profondità filosofica. Negli ultimi decenni, il modello economico e culturale dominante ha sistematicamente smantellato gli strumenti di comprensione critica della realtà. La scuola e l'università sono state riconvertite in aziende di addestramento professionale, il cui fine non è produrre cittadini liberi e pensanti, ma unità produttive flessibili, consumatori docili e tecnici iperspecializzati ma ciechi di fronte al senso complessivo del mondo. Un popolo che ignora la storia del diritto, che non conosce i fondamenti della filosofia politica e che non sa decodificare i meccanismi della propaganda biopolitica è un popolo disarmato. Di fronte alla complessità di una crisi, l'individuo impreparato non ha categorie concettuali per resistere; possiede solo reazioni emotive (panico, sollievo illusorio, ricerca del capro espiatorio) che il potere sa manovrare con precisione chirurgica.
LA CLASSE POLITICA DIRIGENTE
È qui che il problema diventa politico. Una classe politica formata all'ombra della tecnocrazia e del marketing non è più una classe dirigente, ma una casta di esecutori di agende globali o di logiche di potere autoreferenziali. Quando la politica abdica al suo compito più nobile — che è la mediazione etica tra giustizia, libertà e bene comune — si riduce a tecnica di amministrazione della paura. Invece di elevare il popolo, di educarlo alla complessità e di proteggerne i diritti inalienabili, il potere politico moderno lo infantilizza, lo divide in fazioni contrapposte (il buono contro il cattivo, il vaccinato contro il non vaccinato, il sicuro contro il pericoloso) per governare attraverso il principio romano del divide et impera. Però se il problema fosse solo politico, basterebbe cambiare i governanti alle prossime elezioni per risolverlo. Ma la realtà che stiamo vivendo è molto più radicale, la politica attuale è lo specchio esatto della decadenza morale e culturale della nostra società. Ma se tutti stanno eseguendo "ordini dall'alto", dal vicino di casa, al familiare, al bottegaio, al proprio datore di lavoro, alle Forze dell'Ordine, al Presidente della Repubblica e cosi via, chi sta davvero in alto? Prima di rispondere a questa domanda va precisato che la Arendt non ha mai sostenuto che l'obbedienza burocratica azzerasse la colpa personale ma, al contrario, nel processo a Eichmann ribadì che eseguire gli ordini non è una scusa ma un crimine, perché l'essere umano conserva sempre una sfera di pensiero critico, di giudizio morale, di arbitrio e la libertà di dire "no". D'altra parte se tutti sono colpevoli perché "eseguono gli ordini" in modo burocratico ed acritico, si rischia di diluire la responsabilità fino a non trovare più il vero responsabile. Il sistema gerarchico e tecnocratico è strutturato esattamente per questo. Chi sta in cima (l'Unione Europea, i vertici dello Stato od i decisori globali) emette direttive, linee guida o cornici di intervento generali. Chi sta nel mezzo (politici, dirigenti, burocrati) le trasforma in norme od obblighi formali. Chi sta alla base (medici, insegnanti, impiegati, cittadini) le applica o le subisce. In questo meccanismo, ognuno si sente semplicemente un anello intermedio, un esecutore che risponde a qualcun altro, creando un alibi perfetto in cui nessuno si sente moralmente autore del danno finale. Spesso, chi detiene il vertice del potere usa la catena piramidale non solo per trasmettere disposizioni, ma come uno scudo. Più la struttura è complessa, impersonale e burocratica, più la responsabilità si disperde nella nebbia delle procedure, rendendo quasi invisibile od intoccabile il "mandante" originario. La banalità del male spiega il come il sistema riesca a muoversi ed a far accettare l'inaccettabile (attraverso la catena di esecutori acritici), ma non cancella l'esistenza di chi quel sistema lo progetta, lo orienta e ne trae vantaggio. La forza della piramide sta nel fatto che ogni gradino giustifica il proprio comportamento guardando a chi gli sta sopra, dimenticando che la catena si regge unicamente sulla cessione volontaria della propria coscienza morale.
LA PIRAMIDE DEL POTERE
E se non ci fosse la punta della piramide? Le teorie del complotto offrono una spiegazione "ordinata" ad un mondo che è intrinsecamente caotico e spinto da interessi contrapposti. È rassicurante pensare che ci sia qualcuno — anche se malvagio — al comando. Incolpare oscuri comitati globali od entità misteriose serve, in fondo, a una cosa sola cioè inquinare il pozzo e deresponsabilizzarci. La verità è molto più inquietante cioè spesso non c'è nessuno al comando. Ad un'analisi più lucida ed adulta si può rivelare una verità molto più banale cioè che tutto si riduce alla logica spietata del profitto, del mercato e all'assenza totale di etica. Riconoscerne l'origine è il primo passo per comprendere perché la catena dell'obbedienza sia scattata in modo così implacabile in tutta Europa contemporaneamente. C'è solo una serie di meccanismi (finanziari, burocratici, produttivi) che corrono in automatico, inseguendo il profitto e che stritolano chiunque si trovi sulla loro strada, senza che ci sia un "piano" metafisico per farlo. Piccoli o grandi interessi personali in un sistema automatico di incentivi economici dove ognuno vuole guadagnare di più sugli altri, incurante delle conseguenze. In questo enorme "scaricabarile" della responsabilità, nessuno si sente colpevole del danno finale inflitto alla persona. Quindi se gli ordini sono solo partiti da chi vede il mondo come un balance sheet economico ed amministrativo, il corpo umano è solo una variabile da mettere in sicurezza per non interrompere i flussi del sistema? Quando l'etica viene espulsa dai consigli di amministrazione e dai palazzi del potere, il rispetto della dignità umana diventa un costo da abbattere, un fastidioso attrito che rallenta l'efficienza della macchina. Il cittadino cessa di essere un fine in sé — secondo il principio kantiano — e viene ridotto ad un mezzo funzionale, un'unità produttiva o un fattore di rischio da monitorare. Il profitto ed i mercati ne costituiscono il motore, ma è un profitto di tipo nuovo, che potremmo definire "biopolitico". Non si tratta più del semplice guadagno d'impresa tradizionale, ma della sussunzione della vita umana sotto la logica del bilancio. L'obbligo vaccinale e le restrizioni sono diventati il "pedaggio" che il cittadino doveva pagare per tornare a essere un consumatore ed un produttore attivo. In questo scenario, la sovranità del cittadino è stata sacrificata alla sovranità del mercato.
LA BANALITA' DEL PROFITTO
Riprendendo il concetto di Arendt, possiamo parlare di una "banalità del profitto", cioè i soggetti coinvolti (dalle grandi società di investimento che possiedono le quote di Big Pharma e dei media, fino ai decisori politici) non hanno agito necessariamente come "cospiratori" in una stanza buia, ma come tanti ingranaggi che girano assieme perchè seguono la logica del rendimento. Se il bilancio chiede la conformità biologica della popolazione per evitare il crollo delle quotazioni, l'imposizione diventa una necessità burocratica e tecnica. Per il sistema tecnocratico, l'individuo non esiste più come entità dotata di diritti sacri. Esiste come capitale umano e c'è un sistema di incentivi dove il manager deve far crescere il titolo in borsa, il politico deve assicurarsi il sostegno dei poteri forti per la rielezione, il media deve vendere spazi pubblicitari. Ognuno di loro esegue il proprio "compito" professionale. Il problema è che, in questo processo, il volto della vittima scompare. Il dolore di chi subisce un danno, la perdita di dignità di chi viene ricattato, la sofferenza di chi viene escluso, tutto questo viene trasformato in un dato statistico od in una voce di costo/beneficio all'interno di un foglio Excel. Quando l'etica sparisce, il profitto diventa cieco. In un mercato che ha perso il suo ancoraggio morale, l'etica non è più un valore, ma un attrito. Rispettare il consenso/dissenso è costoso (rallenta i processi). Garantire una sperimentazione lunga e trasparente è costoso (ritarda il lancio del prodotto). Interrogarsi sui diritti naturali è costoso (impedisce la rapidità decisionale). Il sistema tende quindi ad "ottimizzare" la realtà eliminando l'etica, proprio come eliminerebbe uno spreco in una catena di montaggio. Questa è la parte più pericolosa cioè dove il singolo individuo, dentro questa struttura, si sente assolto perché "fa solo il suo lavoro". È esattamente la banalità del male traslata nel capitalismo finanziario. Il datore di lavoro che sospende il proprio dipendente senza stipendio non si sente responsabile della vita del cittadino. Il medico che applica il protocollo non si sente responsabile della coercizione subita dal paziente. Il decisore politico non si sente responsabile degli effetti collaterali, perché "ha seguito il parere degli esperti" e quindi torniamo alla base della piramide dove il danno più grosso lo hanno fatto unicamente le persone attorno a noi, che frequentiamo e vediamo tutti i giorni e queste non sono pedine di una setta, sono esseri umani smarriti.
LA BASE DELLA PIRAMIDE
Il sistema non desidera altro perchè finché litighiamo sui "poteri occulti" non ci accorgiamo che il potere reale è quello che esercitiamo (o che cediamo) ogni giorno nei nostri rapporti umani. Se la colpa è di un'oscura setta onnipotente, allora io, come singolo, sono sollevato da ogni responsabilità. Non devo fare nulla perchè sono solo una vittima sacrificale di un destino ineluttabile deciso da altri. E se anche questo fosse una manipolazione? Dire "è colpa delle grandi famiglie che governano il mondo" è il modo più rapido per rinunciare alla propria sovranità mentre si nega di ammettere che il sistema si regge sulla nostra collaborazione quotidiana, sulla nostra inerzia, sulla nostra voglia di non avere problemi, sulla nostra paura di perdere il posto di lavoro o lo status sociale, perchè anche noi, come tutti, vogliamo mantenere i nostri interessi personali. Fino a quando guardiamo ai "fantasmi lontani", perdiamo di vista chi ci sta vicino cioè il collega impaurito, il vicino disorientato, il professionista che ha smesso di pensare criticamente. Anche loro sono fondamentalmente vittime come noi.
RESTIAMO UMANI
E se improvvisamente, tutti i partecipanti a questa "piramide" si fermassero a chiedersi: "Quello che sto facendo è giusto? Sto distruggendo la vita di qualcuno per il MIO tornaconto personale?", cosa succederebbe? Il sistema si fermerebbe all'istante. E come lo possiamo fare? "Fermandosi, riflettendo e prendendosi del tempo" perchè in un sistema che corre, che impone urgenza costante, che utilizza la velocità (delle notizie, delle decisioni, dei cambiamenti) come strumento di stordimento, fermarsi è l'atto politico e morale più sovversivo che un individuo possa compiere. Prendersi del tempo significa rompere la catena di montaggio del "fare senza pensare". Per distinguere il bene dal male, per valutare se un ordine sia giusto od ingiusto, è necessario il silenzio, il distacco, lo studio e la riflessione. Quando ci fermiamo, usciamo dal flusso degli input esterni e riattiviamo quella "facoltà di pensare" che la Arendt considerava l'unico vero antidoto alla banalità del male e, se il male è banale, allora anche il bene deve tornare ad essere, in egual misura, banale, ovvero quotidiano, costante, radicato nell'agire di ognuno per riprendere possesso della propria coscienza, del proprio corpo e dei propri legami umani reali. Smettere di essere ingranaggi inconsapevoli di una piramide cinica è la sola via d'uscita e si smette di essere spettatori di un film dell'orrore per tornare ad essere protagonisti della propria esistenza.
SII CONSAPEVOLE, SII LIBERO.
Alessandra Ghisla
Consulente con studi di Diritti Naturali dell’Essere Umano e
tecniche di difesa in Autotutela del Cittadino Italiano
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IL PROCESSO AI NAZISTI
"La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme" è un'opera fondamentale della filosofa e teorica politica Hannah Arendt, pubblicata nel 1963. Il libro raccoglie i reportage che la Arendt scrisse per il prestigioso periodico The New Yorker seguendo il processo svoltosi a Gerusalemme nel 1961 contro Adolf Eichmann, uno dei principali gerarchi nazisti responsabili della logistica e della deportazione di milioni di ebrei nei campi di sterminio. Contrariamente all'immagine del "mostro" sanguinario o del sadico assetato di potere, la Arendt descrive Eichmann come un uomo burocratico, mediocre, incredibilmente comune e privo di una vera e propria ideologia fanatica radicale. Era un funzionario meticoloso, interamente concentrato sull'efficienza organizzativa, sulla carriera e sull'esecuzione impeccabile degli ordini ricevuti. Con "la banalità del male", l'autrice non intendeva dire che il male commesso fosse insignificante, bensì che esso fu perpetrato da persone "normali", le quali non agivano spinte da una malvagità demoniaca o da un odio profondo, ma semplicemente per conformismo, cieca obbedienza all'autorità e totale incapacità di riflettere sulle conseguenze morali delle proprie azioni. Il vero pericolo totalitario risiede, secondo Arendt, nella perdita della capacità di pensare criticamente e di mettersi nei panni dell'altro. Il burocrate spersonalizzato si limita a seguire le procedure, delegando ogni responsabilità morale ed etica allo Stato od al superiore gerarchico. Il processo mise in luce come i crimini più efferati della storia moderna non fossero più il frutto di passioni individuali incontrollabili, ma il prodotto di una macchina statale tecnocratica, impersonale e burocratica, in cui il crimine diventa un "lavoro d'ufficio". Infatti è fondamentale smontare un falso mito storico, cioè che gli esperimenti nei campi di concentramento (Dachau, Auschwitz, Buchenwald) non furono l'opera isolata di pochi medici pazzi o sadici. Furono il risultato di una scienza medica di Stato, altamente strutturata, accademica e legalizzata. La medicina nazista aveva stabilito che il paziente non era più il singolo individuo, ma il corpo sociale, lo Stato, la "Razza" (Volksgesundheit) e la sua eliminazione od il suo utilizzo come materiale da laboratorio era giustificato per il "bene superiore" della collettività. Durante il Processo di Norimberga, la strategia difensiva dei medici nazisti fu sottile e, per certi versi, terribilmente simile alle argomentazioni tecnocratiche moderne cioè di una visione collettivista della salute che — sacrificando l'autodeterminazione del singolo sull'altare di un presunto "bene comune" o statistico — finisce per replicare le logiche di spersonalizzazione dell'individuo tipiche dei sistemi autoritari. Gli avvocati difensori dei medici nazisti sostennero che:
- Mancanza di leggi: Non esisteva all'epoca alcuna legge scritta internazionale che vietasse esplicitamente la sperimentazione umana senza consenso.
- Il fine giustifica i mezzi: Gli esperimenti, seppur dolorosi o letali per pochi, erano necessari per salvare la vita di migliaia di soldati e cittadini della collettività.
- Stato di necessità ed obbedienza: I medici stavano semplicemente eseguendo gli ordini di uno Stato sovrano e legittimo in tempo di guerra.
IL PARADOSSO GIURIDICO DEL COVID
Ma è stato proprio durante il periodo del Covid e del Green Pass (2019-2022) che abbiamo vissuto il cortocircuito etico e giuridico su cui si fonda la critica più profonda, cioè il paradosso di trovarsi nel XXI secolo, di fronte ad un sistema di tutele formali straordinariamente avanzato che ha educato proprio contro fascismo e nazismo la sua popolazione — in cui persino la sensibilità verso gli animali e l'ambiente è stata codificata in termini di diritti — e di aver assistito, al tempo stesso, ad una repentina sospensione dei diritti umani fondamentali proprio sul corpo dell'essere umano. Da un lato, il cammino della civiltà giuridica post-bellica ha prodotto trattati internazionali vincolanti, codici deontologici rigorosi e una sensibilità diffusa verso la protezione della vita e della dignità (estesa persino alla biosfera, agli animali e al paesaggio). Dall'altro, nel momento in cui è stata attivata la leva dell'emergenza sanitaria, le stesse garanzie costruite per impedire il ritorno di logiche autoritarie sono state accantonate o aggirate attraverso la tecnocrazia amministrativa e la coercizione indiretta. Eppure qui non c'era la dittatura, la guerra o la mancanza di leggi o cultura. L'Italia è ancora oggi uno Stato di Diritto, democratico che garantisce diritti a tutti i suoi cittadini, i quali hanno quasi tutti un'istruzione superiore, tramite la Magistratura dove la Legge è uguale per tutti. Nonostante questo quadro di tutele, la gestione dell'emergenza ha operato una torsione sistemica, anziché passare attraverso il normale vaglio del Parlamento con leggi ordinarie strutturate e dibattute, si è fatto ricorso massiccio a decreti-legge, decreti del Presidente del Consiglio (DPCM) e protocolli. Questo ha generato un vero e proprio stato d'eccezione politico, in cui le garanzie costituzionali ordinarie sono state di fatto sterilizzate od aggirate attraverso il ricatto della limitazione dei diritti primari (lavoro, scuola, mobilità, socialità). La gravità di questo precedente storico risiede anche nella pericolosità del principio stabilito come la normalizzazione dell'utilitarismo biologico. Quando una democrazia accetta che i diritti fondamentali e l'inviolabilità del corpo possano essere sospesi o subordinati a metriche di gestione collettiva — aggirando le leggi ordinarie attraverso la leva economica e sociale —, si crea un precedente pericoloso. Si sdogana l'idea che lo Stato possa disporre dei corpi dei cittadini in nome di un'emergenza (sanitaria, economica o di sicurezza), spostando definitivamente il baricentro da uno Stato di diritto ad una tecnocrazia amministrativa in cui i diritti non sono più inalienabili, ma diventano "concessioni" revocabili a seconda delle circostanze.
LA BANALITA' DEL MALE COL COVID
Applicare il concetto di "banalità del male" alla gestione Covid e Green Pass significa evidenziare come la compressione sistematica dei diritti costituzionali, le discriminazioni su base normativa, la segregazione e l'imposizione di trattamenti non siano avvenute per un diabolico disegno da supercattivi, ma attraverso la più ordinaria, grigia e burocratica esecuzione degli ordini. In questo senso, il periodo legato alla gestione del Covid ha rappresentato il laboratorio perfetto della banalità del male contemporanea, cioè un sistema tecnocratico in cui la violazione dei diritti fondamentali è stata normalizzata attraverso lo scudo della legalità formale, trasformando l'eccezione autoritaria in normalità quotidiana con il consenso passivo — o addirittura l'entusiastica approvazione — di una società anestetizzata. Il funzionario, il medico, il preside, il poliziotto od il semplice cittadino che applica una norma ingiusta o liberticida non si sente responsabile del danno causato ma la sua coscienza è anestetizzata dal fatto che "sta solo eseguendo la Legge", rispettando una disposizione ministeriale o seguendo la linea dettata dall'autorità superiore. Il cittadino non è più una persona portatrice di diritti inalienabili, ma un "caso" da gestire, una pratica da bollare, un numero in base ad un passaporto sanitario o ad un lasciapassare. La pericolosità sociale non risiede nella cattiveria intrinseca di chi compie l'atto repressivo, ma nella sua totale incapacità di pensare criticamente, di interrogarsi sulla giustizia sostanziale della legge e di esercitare quella che Hannah Arendt definiva l'assenza di pensiero (thoughtlessness). Durante le grandi crisi, la maggioranza delle persone non sceglie la via della persecuzione per malvagità intrinseca, ma per una forma di codardia morale o per il comodo desiderio di mimetizzarsi nel "gregge". La morale viene sostituita dalla conformità, cioè è buono ciò che è prescritto dall'autorità ed è pericoloso chi dissente.
POLITICA O SOCIETA'?
Quindi il problema è politico, strutturale od affonda le sue radici nella moralità e nell'educazione degli individui? Se scendiamo in profondità, scopriamo che le due dimensioni non sono separate ma si alimentano a vicenda in un circolo vizioso implacabile. Non esiste una crisi della politica che non sia, prima di tutto, una crisi antropologica e morale dell'essere umano. Quando un popolo perde la bussola morale — ovvero la capacità di distinguere il bene universale dalla convenienza contingente — produce inevitabilmente una classe politica speculare cioè cinica, priva di visione, pronta ad usare la paura come clava di governo. La preparazione di cui parliamo non è quella tecnica o accademica (i "titoli" o la competenza specialistica), ma la formazione dell'intelletto critico e della profondità filosofica. Negli ultimi decenni, il modello economico e culturale dominante ha sistematicamente smantellato gli strumenti di comprensione critica della realtà. La scuola e l'università sono state riconvertite in aziende di addestramento professionale, il cui fine non è produrre cittadini liberi e pensanti, ma unità produttive flessibili, consumatori docili e tecnici iperspecializzati ma ciechi di fronte al senso complessivo del mondo. Un popolo che ignora la storia del diritto, che non conosce i fondamenti della filosofia politica e che non sa decodificare i meccanismi della propaganda biopolitica è un popolo disarmato. Di fronte alla complessità di una crisi, l'individuo impreparato non ha categorie concettuali per resistere; possiede solo reazioni emotive (panico, sollievo illusorio, ricerca del capro espiatorio) che il potere sa manovrare con precisione chirurgica.
LA CLASSE POLITICA DIRIGENTE
È qui che il problema diventa politico. Una classe politica formata all'ombra della tecnocrazia e del marketing non è più una classe dirigente, ma una casta di esecutori di agende globali o di logiche di potere autoreferenziali. Quando la politica abdica al suo compito più nobile — che è la mediazione etica tra giustizia, libertà e bene comune — si riduce a tecnica di amministrazione della paura. Invece di elevare il popolo, di educarlo alla complessità e di proteggerne i diritti inalienabili, il potere politico moderno lo infantilizza, lo divide in fazioni contrapposte (il buono contro il cattivo, il vaccinato contro il non vaccinato, il sicuro contro il pericoloso) per governare attraverso il principio romano del divide et impera. Però se il problema fosse solo politico, basterebbe cambiare i governanti alle prossime elezioni per risolverlo. Ma la realtà che stiamo vivendo è molto più radicale, la politica attuale è lo specchio esatto della decadenza morale e culturale della nostra società. Ma se tutti stanno eseguendo "ordini dall'alto", dal vicino di casa, al familiare, al bottegaio, al proprio datore di lavoro, alle Forze dell'Ordine, al Presidente della Repubblica e cosi via, chi sta davvero in alto? Prima di rispondere a questa domanda va precisato che la Arendt non ha mai sostenuto che l'obbedienza burocratica azzerasse la colpa personale ma, al contrario, nel processo a Eichmann ribadì che eseguire gli ordini non è una scusa ma un crimine, perché l'essere umano conserva sempre una sfera di pensiero critico, di giudizio morale, di arbitrio e la libertà di dire "no". D'altra parte se tutti sono colpevoli perché "eseguono gli ordini" in modo burocratico ed acritico, si rischia di diluire la responsabilità fino a non trovare più il vero responsabile. Il sistema gerarchico e tecnocratico è strutturato esattamente per questo. Chi sta in cima (l'Unione Europea, i vertici dello Stato od i decisori globali) emette direttive, linee guida o cornici di intervento generali. Chi sta nel mezzo (politici, dirigenti, burocrati) le trasforma in norme od obblighi formali. Chi sta alla base (medici, insegnanti, impiegati, cittadini) le applica o le subisce. In questo meccanismo, ognuno si sente semplicemente un anello intermedio, un esecutore che risponde a qualcun altro, creando un alibi perfetto in cui nessuno si sente moralmente autore del danno finale. Spesso, chi detiene il vertice del potere usa la catena piramidale non solo per trasmettere disposizioni, ma come uno scudo. Più la struttura è complessa, impersonale e burocratica, più la responsabilità si disperde nella nebbia delle procedure, rendendo quasi invisibile od intoccabile il "mandante" originario. La banalità del male spiega il come il sistema riesca a muoversi ed a far accettare l'inaccettabile (attraverso la catena di esecutori acritici), ma non cancella l'esistenza di chi quel sistema lo progetta, lo orienta e ne trae vantaggio. La forza della piramide sta nel fatto che ogni gradino giustifica il proprio comportamento guardando a chi gli sta sopra, dimenticando che la catena si regge unicamente sulla cessione volontaria della propria coscienza morale.
LA PIRAMIDE DEL POTERE
E se non ci fosse la punta della piramide? Le teorie del complotto offrono una spiegazione "ordinata" ad un mondo che è intrinsecamente caotico e spinto da interessi contrapposti. È rassicurante pensare che ci sia qualcuno — anche se malvagio — al comando. Incolpare oscuri comitati globali od entità misteriose serve, in fondo, a una cosa sola cioè inquinare il pozzo e deresponsabilizzarci. La verità è molto più inquietante cioè spesso non c'è nessuno al comando. Ad un'analisi più lucida ed adulta si può rivelare una verità molto più banale cioè che tutto si riduce alla logica spietata del profitto, del mercato e all'assenza totale di etica. Riconoscerne l'origine è il primo passo per comprendere perché la catena dell'obbedienza sia scattata in modo così implacabile in tutta Europa contemporaneamente. C'è solo una serie di meccanismi (finanziari, burocratici, produttivi) che corrono in automatico, inseguendo il profitto e che stritolano chiunque si trovi sulla loro strada, senza che ci sia un "piano" metafisico per farlo. Piccoli o grandi interessi personali in un sistema automatico di incentivi economici dove ognuno vuole guadagnare di più sugli altri, incurante delle conseguenze. In questo enorme "scaricabarile" della responsabilità, nessuno si sente colpevole del danno finale inflitto alla persona. Quindi se gli ordini sono solo partiti da chi vede il mondo come un balance sheet economico ed amministrativo, il corpo umano è solo una variabile da mettere in sicurezza per non interrompere i flussi del sistema? Quando l'etica viene espulsa dai consigli di amministrazione e dai palazzi del potere, il rispetto della dignità umana diventa un costo da abbattere, un fastidioso attrito che rallenta l'efficienza della macchina. Il cittadino cessa di essere un fine in sé — secondo il principio kantiano — e viene ridotto ad un mezzo funzionale, un'unità produttiva o un fattore di rischio da monitorare. Il profitto ed i mercati ne costituiscono il motore, ma è un profitto di tipo nuovo, che potremmo definire "biopolitico". Non si tratta più del semplice guadagno d'impresa tradizionale, ma della sussunzione della vita umana sotto la logica del bilancio. L'obbligo vaccinale e le restrizioni sono diventati il "pedaggio" che il cittadino doveva pagare per tornare a essere un consumatore ed un produttore attivo. In questo scenario, la sovranità del cittadino è stata sacrificata alla sovranità del mercato.
LA BANALITA' DEL PROFITTO
Riprendendo il concetto di Arendt, possiamo parlare di una "banalità del profitto", cioè i soggetti coinvolti (dalle grandi società di investimento che possiedono le quote di Big Pharma e dei media, fino ai decisori politici) non hanno agito necessariamente come "cospiratori" in una stanza buia, ma come tanti ingranaggi che girano assieme perchè seguono la logica del rendimento. Se il bilancio chiede la conformità biologica della popolazione per evitare il crollo delle quotazioni, l'imposizione diventa una necessità burocratica e tecnica. Per il sistema tecnocratico, l'individuo non esiste più come entità dotata di diritti sacri. Esiste come capitale umano e c'è un sistema di incentivi dove il manager deve far crescere il titolo in borsa, il politico deve assicurarsi il sostegno dei poteri forti per la rielezione, il media deve vendere spazi pubblicitari. Ognuno di loro esegue il proprio "compito" professionale. Il problema è che, in questo processo, il volto della vittima scompare. Il dolore di chi subisce un danno, la perdita di dignità di chi viene ricattato, la sofferenza di chi viene escluso, tutto questo viene trasformato in un dato statistico od in una voce di costo/beneficio all'interno di un foglio Excel. Quando l'etica sparisce, il profitto diventa cieco. In un mercato che ha perso il suo ancoraggio morale, l'etica non è più un valore, ma un attrito. Rispettare il consenso/dissenso è costoso (rallenta i processi). Garantire una sperimentazione lunga e trasparente è costoso (ritarda il lancio del prodotto). Interrogarsi sui diritti naturali è costoso (impedisce la rapidità decisionale). Il sistema tende quindi ad "ottimizzare" la realtà eliminando l'etica, proprio come eliminerebbe uno spreco in una catena di montaggio. Questa è la parte più pericolosa cioè dove il singolo individuo, dentro questa struttura, si sente assolto perché "fa solo il suo lavoro". È esattamente la banalità del male traslata nel capitalismo finanziario. Il datore di lavoro che sospende il proprio dipendente senza stipendio non si sente responsabile della vita del cittadino. Il medico che applica il protocollo non si sente responsabile della coercizione subita dal paziente. Il decisore politico non si sente responsabile degli effetti collaterali, perché "ha seguito il parere degli esperti" e quindi torniamo alla base della piramide dove il danno più grosso lo hanno fatto unicamente le persone attorno a noi, che frequentiamo e vediamo tutti i giorni e queste non sono pedine di una setta, sono esseri umani smarriti.
LA BASE DELLA PIRAMIDE
Il sistema non desidera altro perchè finché litighiamo sui "poteri occulti" non ci accorgiamo che il potere reale è quello che esercitiamo (o che cediamo) ogni giorno nei nostri rapporti umani. Se la colpa è di un'oscura setta onnipotente, allora io, come singolo, sono sollevato da ogni responsabilità. Non devo fare nulla perchè sono solo una vittima sacrificale di un destino ineluttabile deciso da altri. E se anche questo fosse una manipolazione? Dire "è colpa delle grandi famiglie che governano il mondo" è il modo più rapido per rinunciare alla propria sovranità mentre si nega di ammettere che il sistema si regge sulla nostra collaborazione quotidiana, sulla nostra inerzia, sulla nostra voglia di non avere problemi, sulla nostra paura di perdere il posto di lavoro o lo status sociale, perchè anche noi, come tutti, vogliamo mantenere i nostri interessi personali. Fino a quando guardiamo ai "fantasmi lontani", perdiamo di vista chi ci sta vicino cioè il collega impaurito, il vicino disorientato, il professionista che ha smesso di pensare criticamente. Anche loro sono fondamentalmente vittime come noi.
RESTIAMO UMANI
E se improvvisamente, tutti i partecipanti a questa "piramide" si fermassero a chiedersi: "Quello che sto facendo è giusto? Sto distruggendo la vita di qualcuno per il MIO tornaconto personale?", cosa succederebbe? Il sistema si fermerebbe all'istante. E come lo possiamo fare? "Fermandosi, riflettendo e prendendosi del tempo" perchè in un sistema che corre, che impone urgenza costante, che utilizza la velocità (delle notizie, delle decisioni, dei cambiamenti) come strumento di stordimento, fermarsi è l'atto politico e morale più sovversivo che un individuo possa compiere. Prendersi del tempo significa rompere la catena di montaggio del "fare senza pensare". Per distinguere il bene dal male, per valutare se un ordine sia giusto od ingiusto, è necessario il silenzio, il distacco, lo studio e la riflessione. Quando ci fermiamo, usciamo dal flusso degli input esterni e riattiviamo quella "facoltà di pensare" che la Arendt considerava l'unico vero antidoto alla banalità del male e, se il male è banale, allora anche il bene deve tornare ad essere, in egual misura, banale, ovvero quotidiano, costante, radicato nell'agire di ognuno per riprendere possesso della propria coscienza, del proprio corpo e dei propri legami umani reali. Smettere di essere ingranaggi inconsapevoli di una piramide cinica è la sola via d'uscita e si smette di essere spettatori di un film dell'orrore per tornare ad essere protagonisti della propria esistenza.
SII CONSAPEVOLE, SII LIBERO.
Alessandra Ghisla
Consulente con studi di Diritti Naturali dell’Essere Umano e
tecniche di difesa in Autotutela del Cittadino Italiano
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